Il Senato ha approvato definitivamente la riforma sanitaria per gli italiani residenti all’estero. Il governo e il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Di Giuseppe la presentano come una svolta storica, capace di sanare una distorsione normativa che si trascinava da decenni. Ma osservando il testo con attenzione e analizzando il dibattito parlamentare, emerge una realtà ben diversa.
La legge prevede sì l’iscrizione automatica al Servizio sanitario nazionale per gli iscritti AIRE residenti in Paesi extra UE non aderenti all’EFTA, ma introduce contestualmente un contributo economico obbligatorio di duemila euro l’anno per ottenere la tessera sanitaria e accedere concretamente ai servizi. In altre parole, più che restituire un diritto, il provvedimento istituisce un nuovo meccanismo di contribuzione.
Per molti italiani all’estero la sensazione è che si tratti dell’ennesima operazione presentata come una conquista, ma che nei fatti rischia di trasformarsi, ancora una volta, in un modo per fare cassa sulle spalle di chi vive oltre confine. Un provvedimento che produce titoli e comunicati trionfalistici, ma che lascia aperti molti interrogativi sui costi effettivi e sui benefici reali per milioni di connazionali.

C’è poi un altro elemento politico che merita attenzione. Durante il dibattito parlamentare diversi eletti all’estero hanno pronunciato interventi molto severi contro la legge e contro l’impostazione scelta dal governo. Parole dure, critiche nette, accuse di inadeguatezza e di scarsa attenzione verso le comunità italiane nel mondo. Eppure, al momento del voto finale, quasi tutti si sono limitati all’astensione.
L’unico eletto all’estero ad aver votato contro il provvedimento nell’Aula di Palazzo Madama è stato il senatore del MAIE, Mario Borghese. Una scelta politica chiara e coerente con le critiche espresse durante l’iter parlamentare.

Per il resto, il copione è stato quello già visto molte volte nella politica italiana: interventi infuocati, dichiarazioni battagliere e toni da opposizione dura, seguiti però da un voto che non ha impedito l’approvazione della legge.
È difficile non vedere in questo atteggiamento una contraddizione evidente. Se una norma viene considerata sbagliata, penalizzante o insufficiente, il luogo in cui dimostrarlo è il voto parlamentare. Altrimenti il rischio è che tutto si riduca a una lunga sequenza di dichiarazioni senza conseguenze concrete.
Le comunità italiane all’estero conoscono bene questo meccanismo. Da anni ascoltano promesse, annunci e proclami. Da anni sentono parlare di diritti da tutelare, servizi da migliorare e attenzione da rafforzare. Troppo spesso, però, alle parole non seguono risultati tangibili.
La nuova legge sulla sanità per gli italiani all’estero rischia dunque di diventare l’ennesimo caso in cui la propaganda supera la sostanza. Una riforma presentata come storica che, secondo i critici, non restituisce realmente un diritto universale, ma introduce un sistema contributivo destinato a generare nuove entrate per lo Stato.
E poi c’è una domanda molto concreta. Perché un italiano residente a Sydney, Buenos Aires, Boston o New York dovrebbe pagare duemila euro l’anno per poter accedere all’assistenza sanitaria in Italia? Quel connazionale, nella maggior parte dei casi, sostiene già i costi di un’assicurazione sanitaria privata o contribuisce al sistema sanitario del Paese in cui vive e lavora.
Mentre il governo rivendica il risultato, resta quindi un interrogativo che milioni di italiani nel mondo potrebbero porsi: si tratta davvero di una conquista per i connazionali all’estero oppure dell’ennesimo provvedimento confezionato per fare notizia, senza risolvere i problemi reali di chi vive lontano dall’Italia?































