I genitori non sono tenuti a mantenere i figli per tutta la vita. È questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 17783 del 4 giugno 2026, una decisione destinata a fare discutere e che conferma un orientamento sempre più rigoroso della giurisprudenza nei confronti dei figli maggiorenni che continuano a dipendere economicamente dalla famiglia.
Negli ultimi anni la Suprema Corte ha progressivamente ristretto i margini per il riconoscimento dell’assegno di mantenimento ai figli adulti, sottolineando come il diritto al sostegno economico da parte dei genitori non possa trasformarsi in una rendita permanente.
La vicenda nasce dalla separazione di una coppia dopo 33 anni di matrimonio. Tra i provvedimenti adottati dal Tribunale vi era anche l’obbligo per il padre di versare un assegno mensile di 250 euro in favore della figlia, ormai maggiorenne.
L’uomo aveva impugnato la decisione chiedendo la revoca del contributo. La Corte d’Appello aveva accolto solo parzialmente le sue richieste, riducendo l’importo dell’assegno ma confermando il diritto della figlia, trentacinquenne, a ricevere un sostegno economico.
A quel punto il padre si è rivolto alla Cassazione, che gli ha dato ragione.
Secondo i giudici, il fatto che il percorso di studi non sia stato completato o che i tentativi di trovare un’occupazione non abbiano prodotto risultati concreti non giustifica automaticamente il mantenimento a carico dei genitori per un periodo indefinito.
La Corte afferma infatti che, superata una certa età, un figlio adulto deve assumersi la responsabilità del proprio sostentamento economico. Se non riesce a trovare un’occupazione stabile o adeguatamente retribuita, non può pretendere che siano i genitori a garantirgli per sempre un tenore di vita dignitoso.
In questi casi, osservano i magistrati, entrano eventualmente in gioco gli strumenti di sostegno sociale previsti dallo Stato, destinati proprio a supportare chi si trova in condizioni di difficoltà economica.
La Cassazione distingue inoltre tra obbligo di mantenimento e obbligo alimentare. Quest’ultimo può continuare a sussistere in presenza di un effettivo stato di bisogno, ma ha una portata molto più limitata e serve esclusivamente a garantire le necessità essenziali della persona.
Il passaggio più significativo dell’ordinanza riguarda proprio il concetto di autosufficienza economica. Secondo la Suprema Corte, una volta raggiunta l’età normalmente compatibile con il completamento degli studi, anche universitari, e trascorso un ragionevole periodo per l’inserimento nel mondo del lavoro, il figlio maggiorenne deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per rendersi indipendente.
Non basta quindi dichiararsi disoccupati.
È il figlio adulto che deve provare di aver cercato concretamente un lavoro, di essersi attivato con impegno e costanza e che l’assenza di un reddito non dipende da una scelta personale o da una condotta poco diligente.
L’orientamento della Cassazione riflette una linea ormai consolidata: il mantenimento non può trasformarsi in una forma di assistenza permanente. L’obiettivo dell’ordinamento resta quello di accompagnare i figli verso l’autonomia, non di garantire una dipendenza economica senza limiti temporali.
Una decisione che potrebbe avere effetti rilevanti nelle numerose controversie familiari ancora aperte e che conferma come, per i giudici, il diritto al mantenimento debba essere bilanciato con il dovere di ogni adulto di costruire, per quanto possibile, la propria indipendenza economica.































