Detenuti italiani all’estero, il caso di Denis Cavatassi in carcere in Thailandia: “Lo torturano”

Conferenza in Senato. Il senatore Manconi, “la diplomazia faccia sentire molto concretamente il suo sostegno”. Il caso di Denis Cavatassi

Denis Cavatassi è un imprenditore italiano, originario di Tortoreto, arrestato nel marzo 2011 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Luciano Butti, suo socio in affari, ucciso in Thailandia. Proprio del suo caso si è parlato oggi durante una conferenza stampa organizzata nella Sala Nassirya del Senato.

All’appuntamento sono intervenuti il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani, Romina e Adriano Cavatassi, l’avvocato Alessandra Ballerini, Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia e l’avvocato Francesca Carnicelli, membro della onlus Prigionieri del silenzio.

“Bisogna insistere – ha detto Manconi – il governo deve vigilare”. Il caso di Cavatassi, “non deve rimanere nell’anonimato degli oltre 3 mila italiani detenuti attualmente all’estero. La diplomazia faccia sentire molto concretamente il suo sostegno e faccia capire alle autorità thailandesi che l’incolumità di Denis Cavatassi gli sta a cuore”.

Alessandra Ballerini, avvocato tra le maggiori esperte in Italia di diritti umani, spiega: “Occorre una forte attenzione mediatica perché Denis sta subendo torture, sta subendo trattamenti inumani e degradanti”.

Denis Cavatassi

Cavatassi ora si trova in attesa della pronuncia definitiva della Corte Suprema. “Ci hanno detto che la sentenza potrebbe arrivare entro i termini minimi di tre mesi – fa sapere l’avvocato – fino a un massimo di due anni. Un arco temporale davvero troppo ampio viste le condizioni in cui si trova Denis. Cercheremo di fare una pressione sia politica che mediatica perché quantomeno le condizioni di detenzione migliorino nella speranza che la Corte suprema ribalti la decisione degli altri due gradi di giudizio”.

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In questi anni Denis Cavatassi ha sempre respinto ogni accusa, lamentando numerose e reiterate violazioni del diritto a un equo processo e a una detenzione rispettosa della dignità della persona.