Calcio e mafia, l’altra faccia del pallone bucato – di Franco Esposito

Maria Falcone non ha aggettivi. Sorella del giudice assassinato dalla mafia con una carica di tritolo, trova problematico definire Fabrizio Miccoli. Il calciatore di successo proprietario di talento e di colpi da autentico fuoriclasse a dispetto del fisico rotondetto, non incantevole. Un re a Palermo, il pugliese di Casarano, soprannominato per le sue caratteristiche fisiche e tecniche il Romario del Salento. Proprio così, come uno dei più grandi attaccanti brasiliani di tutti i tempi, anche lui appunto rotondetto. Miccoli si è impossessato quest’anno di tutti i record nella storia del Palermo. “Disgustoso”, lo bolla la presidente della commissione antimafia europea, Sonia Alfano. “Miccoli è mostruoso”, per il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta. “Radiatelo dal calcio, non merita più di giocare”, chiede il mondo del pallone. “Si è radiato da solo, non può più rappresentare Palermo”, lapidaria e definitiva la censura di Leoluca Orlando, sindaco di Palermo. Quello di Corleone, Leoluchina Savona, ha tolto a Miccoli la cittadinanza onoraria. Piogge d’insulti, su Miccoli s’è abbattuta una bufera. Il calciatore è indagato per estorsione. Presunte discutibili frequentazioni, provate dalle intercettazioni telefoniche ad opera della Dia, lo hanno messo nei guai.

La Procura della Federazione Italiana Giuoco Calcio ha aperto un’inchiesta: l’ex capitano del Palermo rischia una pesante sanzione. Il presidente del club, Zamparini, non gli rinnoverà il contratto in scadenza. Miccoli si è cacciato in guai seri. Punto primo, nelle sue telefonate con il figlio di Antonino Lauricella, boss della Kalsa, avrebbe pronunciato frasi pesanti e insultanti nei confronti del magistrato Giovanni Falcone. “Quel fango di Falcone”, e in un’altra occasione, interlocutore sempre Lauricella, “Vediamoci davanti all’albergo di quel fango di Falcone”. Un linguaggio inequivocabilmente caro ai mafiosi e alla criminalità organizzata in genere. Espressioni gravi, che lasciano intendere la familiarità di certe equivoche frequentazioni. Frasi scioccanti. Miccoli avrebbe inoltre commissionato a Maurio Lauricella, il figlio del boss della Kalsa arrestato nel 2011, l’operazione di recupero di alcuni piccoli crediti. Somme diventate nel tempo inesigibili, perciò recuperabili, secondo il calciatore, solo attraverso l’azione intimidatoria di un mafioso. Oltre ad aver già configurato il reato di accesso eccessivo al sistema  informatico per l’utilizzo di quattro schede telefoniche intestate a persone ignare, il lavoro degli inquirenti ha portato ad un’altra e successiva ipotesi di accusa. Miccoli era stato già iscritto nel registro degli indagati per la vicenda delle schede telefoniche, che lui avrebbe procurato di persona al figlio del boss. “Affermazioni aberranti, inqualificabili”, twitta il vice presidente di Confindustria, Ivan Lo Bello. “Altro che calcio alla mafia. Nessuna squadra ingaggi più il calciatore”.

Va ricordato comunque che certe pericolose amicizie di Fabrizio Miccoli, come quella con Francesco Guttadauro, nipote del boss superlatitante Matteo Messina Denaro, avevano acceso su di lui l’attenzione della Procura di Palermo. L’interesse diventava acuto nel momento in cui il calciatore intercettato comunicava a Guttadauro di non passare dal campo d’allenamento del Palermo “perché c’erano nuovi sbirri”. L’agente del calciatore, l’avvocato  Francesco Caliandro, confida in un lapsus della Procura, peraltro molto improbabile alla luce del materiale raccolto dagli inquirenti. Il procuratore di Miccoli informa di aver già chiesto un’audizione nel momento in cui si sono verificate le prime voci circa l’esistenza di un’indagine a carico del proprio assistito. L’avvocato Caliandro preferisce non commentare le frasi incriminate. In particolare quelle che riguardano il giudice Falcone simbolo imperituro della lotta alla mafia. “Negli atti in nostro possesso non risulta nulla. Risponderemo nella sede naturale, tifoso infinito di Diego Maradona, ammiratore e adoratore del famoso calciatore argentino, Miccoli acquistò all’asta, in forma anonima, attraverso una signora abruzzese, per una cifra considerevole l’orecchino con brillante appartenuto al Pibe de oro. Orecchini che furono sequestrati a Maradona nel momento dello sbarco all’aeroporto di Fiumicino, in quanto debitore del Fisco Italiano. Miccoli ha sostenuto che si sarebbe procurato il piacere di restituire l’orecchino a Maradona in cambio di niente. Solo della possibilità di poterlo abbracciare e di ribadirgli la personale ammirazione. La vicenda di Palermo che vede protagonista in negativo di Miccoli ripropone una strana singolare predisposizione di molti calciatori verso le amicizie pericolose. Succede poi che certe frequentazioni diventino nel tempo oggetto di complicazioni. Maradona, per dirne una, usava frequentare casa Giuliano e il divano a forma di conchiglia nell’abitazione del boss di Forcella.

Partecipava alle festa su richiesta della famiglia Giuliano. I calciatori sono spesso inconsapevoli, non sanno chi frequentano, talvolta non riescono a distinguere le persone o a stabilire la differenza fra il tifoso appassionato e il delinquente abituale e interessato. Gli esempi fanno storia e squallida anedottica: Chinaglia, Lavezzi, Sculli. L’altra faccia del pallone bucato.