Catastrofe italiana. Una vera, autentica tragedia. Oltre mezzo milione, 515mila, i lavoratori rimasti in cassa integrazione l’anno scorso. Un anno intero senza lavoro. Un popolo messo in lista d’attesa: persi 8mila euro a testa nel 2013. La perdita complessiva è stata di 4 miliardi 125 milioni in totale. Un miliardo e 75 milioni le ore di cassa integrazione richieste e autorizzate. Una quota pazzesca che rende più lontana e problematica qualsiasi speranza di ripresa. L’Italia è in pena, ormai non più semplicemente in affanno. Se queste sono le condizioni, bisogna ritenere debolissimi i segnali di crescita. Parole non mie, non nostre: le ha pronunciate il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Al signor Mapei sono cadute le braccia quando si è imbattuto nei dati dell’Osservatorio Cig della Cgil. I numeri dicono anche questo, quindi nulla di buono: il monte delle ore di lavoro perdute negli ultimi sei anni, dal 2007 al 2013, è salito a quota 5 miliardi e mezzo. Nell’anno che se n’è andato da poco, per oltre mezzo milione di italiani non c’è stato nemmeno un minuto di lavoro.
L’ammortizzatore sociale ha garantito semplicemente la sopravvivenza. Dati pesanti, pesantissimi, e non è stata prorogata la norma che dava la possibilità ai cassintegrati di arrotondare lavorando con i voucher, magari in campagna, nel periodo dei raccolti. La Coldiretti ha inviato una lettera di protesta al ministero del Lavoro e ai presidenti delle commissioni parlamentari. Difficile prevedere se l’accorata missiva avrà la possibilità di ricevere una risposta, il destinatario si rivela di norma sordomuto.
I lavoratori accusano e denunciano una condizione di gravissima sofferenza, sono allo stremo. Ma si parla, qua e là, di segnali chiari di un’inversione di tendenza in atto? Ma sì, ci sarebbero pure, questi segnali, ma il presidente Squinzi li ha definiti appunto "debolissimi".
Il quadro del 2013 è appena meno grave di quello del 2012, gravissimo. Le diminuzione delle ore di cassa integrazione è inferiore dell’1,36 per cento. Semplice la spiegazione: sono diminuite le ore di cassa integrazione in deroga, quasi del 23 per cento rispetto al 2012. L’istituto della cassa colpisce in particolare il settore della meccanica, con 175mila lavoratori a zero ore (69mila) e l’edilizia con 60mila lavoratori coinvolti. E le prospettive sono allarmanti. Le richieste di ristrutturazione e riorganizzazione delle imprese accusanti un calo rispettivamente del 9 e del 7 per cento. I numeri denunciano un evidente progressivo processo di deindustrializzazione dell’Italia.
Come attesta ampiamente il numero dei fallimenti delle aziende. Un’emorragia senza fine anche qui: in Italia chiudono 54 aziende al giorno, 2 ogni ora. Una moria che getta una luce sinistra sulla ripresa sbandierata ai quattro venti dia politici, non si sa bene in base a quali numeri in loro possesso. Numeri fasulli, evidentemente.
Questi rappresentati sono il risultato dell’indagine Cribis D&B, il database creditizio in Italia. Il 2013 si è chiuso con 14.296 nuovi crac, il 14 per cento in più rispetto al 2012 e il 54 per cento in riferimento al 2009, anno d’inizio della recessione globale. Da allora, 56.570 imprese hanno portato i libri in tribunale. La Lombardia occupa il primo posto della graduatoria con 3.228 fallimenti nel 2013, seguita dal Lazio (1.553) e Veneto (1.269). Val d’Aosta, 10 fallimenti, e Basilicata, 54, le regioni per così dire maggiormente virtuose. Dovendo però considerare la relativa vastità dei loro territori e l’incidenza in campo nazionale. L’edilizia è il settore più colpito, sono fallite 1.757 imprese. A seguire, il commercio di beni durevoli, il commercio all’ingrosso, i servizi commerciali, gli installatori, le locazioni immobiliari, l’industria dei manufatti in metallo, i trasporti e i servizi, ristoranti e bar, abbigliamento e accessori. Una triste classifica e un lungo elenco.
I numeri del drammone italiano. In Italia, nel quarto trimestre del 2013, hanno chiuso 4.257 aziende, mai così tante nelle rilevazioni trimestrali negli ultimi quattro anni. I fallimenti hanno registrato una poderosa impennata: più 14 per cento rispetto allo stesso periodo del 2012; addirittura più 39 per cento del 2009. Comunque la giriamo, dobbiamo ritenerci rovinati su tutta la linea. Anche su quella dei ritardi dei pagamenti commerciali, che funziona da fotografia e da illuminante cartina di Tornasole dello stato di salute delle aziende in Italia. Il pagamento con oltre 30 giorni di ritardo è cresciuto del 150 per cento rispetto a settembre 2012. Se poi prendiamo come esempio e parametro il settore delle costruzioni, ci cadono letteralmente le braccia: l’aumento è di oltre il 170 per cento. Molte aziende non riescono a sopravvivere alla crisi e rimandano i pagamenti. L’anticamera della chiusura volontaria. Il fallimento è servito, e in alcuni casi non è finita soltanto in lacrime.
L’elenco degli imprenditori suicidi comincia ad essere drammaticamente lungo. L’ultimo suicida è dell’altro ieri. Un biglietto lasciato ai familiari e addio, "Mi hanno rovinato le tasse e le banche".
































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