Altro che ridurre il numero degli eletti all’estero, ce ne vorrebbero di più

Ricci (CGIE): “La riserva (bloccata) di parlamentari eletti all’estero non pare più sufficiente a garantire un equilibrio soddisfacente tra voto all'estero e voto in Italia”

Rodolfo Ricci, vice segretario generale di Nomina governativa del Consiglio generale degli italiani all’estero, giovedì 22 novembre ha partecipato – assieme ad altri colleghi della delegazione del Cgie – all’audizione della Commissione Affari Costituzionali del Senato sulle Proposte di Legge incardinate, miranti alla riduzione del numero dei parlamentari.

“La logica su cui fu costruita la Circoscrizione Estero quasi venti anni fa appare ampiamente superata”, ha detto Ricci. “I tempi sono maturi per una discussione che prenda atto delle modificazioni intervenute e di quelle che interverranno”.

“Nelle ipotesi di riduzione dei parlamentari ricade anche la Circoscrizione Estero in cui si elegge, come noto, un numero fisso di parlamentari (18), di cui 12 alla Camera e 6 al Senato – ha proseguito Ricci -. Le proposte di legge mirano tutte alla riduzione consistente dei componenti di Camera e Senato. Per quanto riguarda l’estero, la riduzione che si prefigura sarebbe di 1/3, 8 senatori e 4 deputati (per un totale di 12). Le motivazioni su cui si basano tali proposte sono essenzialmente la ‘riduzione dei costi della politica’ e in seconda istanza, la ‘semplificazione’ dei lavori parlamentari”.

“Come ha argomentato il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Onida, intervenuto all’audizione, la prima di queste ragioni sarebbe altrimenti approcciabile con la semplice riduzione degli emolumenti di deputati e senatori. Ma nelle proposte presentate non viene presa in considerazione”.

“Quanto alla seconda ragione, lo snellimento e semplificazione dei lavori parlamentari, essa ha a che fare con la necessità di ottimizzare e accelerare le procedure di “governance”, la stessa a cui si era affidato l’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi, quando propose il Referendum Costituzionale che si svolse nel dicembre del 2016 e i cui esiti sono noti. L’esigenza di ottimizzare la “governance” implicava la riduzione della funzione parlamentare a vantaggio di quella dell’esecutivo, cioè del Governo. In quel caso con la cancellazione del Senato. Gli italiani rifiutarono quella proposta”.

“Nelle argomentazioni che la delegazione del Cgie ha sostenuto per mantenere integro il numero dei parlamentari eletti all’estero (Michele Schiavone e Norberto Lombardi), vi è stata la giusta sottolineatura che il rapporto tra popolazione residente ed eletti che si rilevava in Italia e all’estero, si è notevolmente modificata negli ultimi 12 anni: mentre nel 2006 il rapporto tra singolo/a eletto/a ed elettori era di 56.000 elettori in Italia e oltre 150.000 all’estero, oggi questa proporzione si è ulteriormente ampliata, poiché lo stock di emigrazione italiana è passato da 3,6 milioni di persone (nel 2006), a 5,7 milioni (2018) ed è analogamente cresciuto il corpo elettorale.

A questi si aggiungono poi i migranti che non figurano nelle Anagrafi Consolari o nell’ AIRE, e che sono un multiplo di quanto l’Istat riesce a censire sulla base delle cancellazioni di residenza: molto probabilmente ben oltre un milione di persone, di cui circa il 70-80% sono elettori attivi. Colpisce che nel dossier predisposto dal Senato e nei tre diversi disegni di legge destinati alla modifica degli Art.56 e 57 della Costituzione (Quagliarello, Calderoli e Patuelli e Romeo) non sia presente alcun riferimento a questa evoluzione. Il Senato ignora totalmente la dimensione della nuova emigrazione”.

“L’uguaglianza del voto è una delle prerogative fondamentali dalla Costituzione. Non può darsi un voto di peso differente tra diverse collocazioni territoriali o situazioni personali. Se l’emigrazione, seppure provvisoria e precaria, è destinata a crescere e la popolazione interna a decrescere, come possiamo garantire la parità del voto dei cittadini italiani qualunque sia la loro condizione? 6 milioni di cittadini all’estero corrispondono al 10% della popolazione. Una popolazione pari a quella di regioni come il Lazio o la Campania.

Se vi consideriamo anche la parte nascosta che non si iscrive all’Aire o non è censita alle Anagrafi Consolari, siamo più probabilmente vicini ai 7 milioni; cioè la seconda regione (virtuale) dopo la Lombardia. Un corpo elettorale a cui spetterebbero oggi circa 50 deputati e 25 senatori. Nell’ipotesi di una riduzione al 50% dell’intero parlamento, circa 25 deputati e 12 senatori. Di fronte a queste dimensioni dovremmo aggiornare la riflessione generale sul voto all’estero e farci latori di proposte coerenti con ciò che conosciamo.

La riserva (bloccata) di parlamentari definita dalla riforma costituzionale del 2001 e dalla successiva Legge 459 non pare più sufficiente a garantire un equilibrio soddisfacente tra voto all’estero e voto in Italia. L’impressione – ha concluso Ricci – è che porsi a strenua difesa del piccolo mondo antico non ci aiuta purtroppo a far emergere le nostre questioni al livello che meritano nella discussione nazionale”.