Repubblica Dominicana, cercasi dollari disperatamente – di Armando Tavano

Non è dato sapere con certezza a cosa sia dovuto il ritardo nella messa a disposizione dei dollari alle imprese da parte del Banco Central Dominicano, ma appare evidente che è in atto un braccio di ferro tra un settore dell’economia dominicana e il BCD. Da un po’ di tempo in qua si parla di una presunta scarsità di USD nel mercato dominicano. Questo accadeva persino prima delle elezioni di maggio di quest’anno. Gli imprenditori si lamentavano e si lamentano ancora oggi perché la valuta estera richiesta per i pagamenti delle loro fatture internazionali non veniva e non viene messa subito a loro disposizione, creandosi di fatto delle liste di attesa.

Per la verità a luglio il Banco Central Dominicano ha preso posizione al riguardo, sostenendo che delle multinazionali operanti in RD avrebbero provocato involontariamente questa situazione, accelerando le richieste di dollari per scopi di rimpatrio dei capitali soprattutto a fronte del pagamento dei dividendi. Alcuni gruppi imprenditoriali hanno vincolato addirittura il fenomeno monetario alla speculazione. Secondo loro si sarebbe creata una specie di bolla speculativa nel mercato cambiario a seguito tra l’altro della volatilità dei mercati internazionali dovuta agli effetti del Brexit.

L’economista Nassim José Alemany della Deloitte ha affermato invece recentemente che queste lungaggini segnalate dagli imprenditori nella consegna della valuta statunitense rappresentano in realtà una misura di controllo del tasso cambiario e ha sostenuto che tale tasso dovrebbe essere il risultato dell’incontro tra domanda e offerta valutaria sul mercato. Alemany ha riconosciuto tuttavia che sia comprensibile entro certi limiti un intervento di una banca centrale per mantenere la stabilità cambiaria viste le ripercussioni che una libera fluttuazione dei cambi potrebbe avere sugli strati meno abbienti della popolazione.

Non si capisce però a cosa sia dovuto il ritardo con cui il BCD consegna agli imprenditori i dollari da loro richiesti. Infatti, non si può parlare di una scarsità della valuta statunitense, ammontando le riserve nette in dollari al 5 luglio di quest’anno a 5.262 milioni ed essendo pervenuti nelle casse erariali ben 500 milioni di dollari in quello stesso periodo a fronte delle obbligazioni collocate sui mercati internazionali. Inoltre sempre a luglio il BCD ha iniettato sul mercato valutario ben 100 milioni di dollari per far fronte all’aumento della domanda di USD.

A quanto precede si deve aggiungere che il tasso di crescita economica per la Repubblica Dominicana previsto per il 2016 è dell’8% con un’inflazione annua giugno 2015 – giugno 2016 del 2,2%. Inoltre nel "presupuesto" (finanziaria) dell’anno scorso è stato previsto un tasso cambiario di fine 2016 DOP-USD di 48,62 dal quale con il tasso attuale di 45,58 e a distanza di pochi mesi si è ancora ben lontani. Non si vede quindi dal punto di vista dei fondamentali economici da dove possa provenire questa pressione verso la svalutazione che giustificherebbe la scarsità di dollari indotta dal BCD.

C’è da dire che recentemente il BCD si è reso protagonista di un’azione di sostegno della sovranità monetaria sul territorio dominicano, troncando la diffusione dei Terminali di Punto di Vendita (TPOS) per il pagamento esclusivo di beni e servizi in dollari, una moneta quindi diversa dal peso dominicano. Al riguardo il governatore del BCD ha fatto la clamorosa dichiarazione che "con questa misura si vuole arrestare il processo di dollarizzazione dell’economia del paese che alcuni settori dell’economia vogliono imporre".

Non è dato sapere con certezza a cosa sia dovuto il ritardo nella messa a disposizione dei dollari alle imprese da parte del BCD, ma appare evidente che è in atto un braccio di ferro tra un settore dell’economia e il BCD stesso. Il primo punta a una svalutazione del peso e a una dollarizzazione dell’economia, il secondo vuole mantenere la stabilità cambiaria. Non occorre essere indovini per sapere come andrà a finire. Il governatore Héctor Valdéz Albizu, infatti, è nel suo ruolo quanto di meglio c’è a livello mondiale e, cosa strana per un governatore di una banca centrale, fa gli interessi del suo paese e non quelli della finanza internazionale.