Usa, rifiuta firmare certificati nozze gay: arrestata

Una Corte di Ashland (Kentucky) ha ordinato l’arresto immediato della 49enne Kim Davis, impiegata della contea di Rowan incriminata per aver rifiutato di firmare i certificati di matrimonio delle coppie gay appellandosi alla sua fede cristiana. La donna, una cattolica apostolica praticante, e’ divenuta un simbolo nazionale dell’opposizione religiosa ai matrimoni omosessuali, e oggetto dei furenti attacchi delle associazioni per i diritti gay e del fronte progressista e democratico Usa in generale, pur essendo stata eletta nella sua posizione dirigenziale proprio in quota ai democratici.

Il giudice che ha ordinato l’arresto della donna, David L. Bunning, ha giudicato inaccettabile il rifiuto della Davis, nella sua veste di dipendente pubblica, di ottemperare alla recente sentenza della Corte Suprema statunitense che ha legalizzato i matrimoni tra individui dello stesso sesso sull’intero territorio dell’Unione; la donna ha rifiutato di delegare la firma dei certificati di matrimonio delle coppie omosessuali ai suoi sottoposti, come impostole dalla Corte per evitare l’arresto; il giudice Bunning ha reagito non soltanto ordinandone la detenzione immediata, ma anche negandole la liberta’ su cauzione: "Se la Corte non agisse con durezza – ha spiegato il giudice – ci si troverebbe di fronte a un grave precedente".

Scontate le reazioni della politica Usa: il Partito repubblicano ha attaccato duramente la sentenza della Corte, denunciandola come l’ennesimo esempio di attacco dello stato al Cristianesimo: "Oggi l’illegalita’ giudiziaria e’ degenerata in tirannia giudiziaria", ha tuonato il senatore texano e candidato repubblicano alla presidenza Usa, Ted Cruz.

L’addetto stampa della Casa Bianca, Josh Earnest, ha invece dichiarato che non era nel diritto della Davis violare i pronunciamenti della Corte Suprema, e che anzi era suo preciso dovere rispettarli in quanto dipendente pubblica: "Ogni pubblico ufficiale nella nostra democrazia e’ soggetto alle norme del diritto", ha dichiarato il rappresentante della Casa Bianca.

Oggi i principali quotidiani statunitensi si proclamano concordi con la sentenza della Corte del Kentucky, che formalmente si e’ limitata a prendere atto di una violazione delle leggi federali. Secondo il "Wall Street Journal", pero’, il caso palesa la grave ipocrisia che pervade un paese sempre piu’ preda del pensiero unico: i media, la politica e le istituzioni – attacca il quotidiano in un editoriale – hanno fatto a gara a villaneggiare una donna che ha tenuto fede sino alle estreme conseguenze ai propri principi religiosi, mentre nei pur recenti casi di senso opposto, i "disobbedienti" sono stati portati in un palmo di mano come eroi dei diritti di genere.

L’amministrazione Obama – ricorda il quotidiano – non si e’ nemmeno sognata di aprire bocca quando il suo ex procuratore generale, Eric Holder, annuncio’ nel 2011 che si sarebbe rifiutato di perseguire le violazioni a quella che allora era la legge in materia di matrimonio, il "Defense of Marriage Act", firmato negli anni Novanta dal presidente Bill Clinton. Allo stesso modo – accusa il quotidiano – nessuna corte e’ mai intervenuta negli scorsi anni contro i tanti sindaci – uno tra tutti quello di San Francisco, Gavin Newsom – che prima della sentenza della Corte Suprema e violando le leggi dei loro rispettivi Stati avevano deciso di emettere certificati di matrimonio a favore delle coppie omosessuali.