Renzi e la sfida sull’economia italiana – di Giorgio Brignola

Matteo Renzi è andato oltre gli iniziali proponimenti. Ha tentato di riequilibrare la nostra economia. I risultati non sono stati, per ora, quelli auspicati. Né per il governo, né per gli italiani che sono l’ultimo anello di quest’interminabile catena di Sant’Antonio. Nella generalità, il ristagno dell’occupazione non si è trasformato in palude. Flette la disoccupazione, ma restano ridotte le certezze sociali. Sono questi i salienti aspetti che si notano in quest’intricata situazione di fine primavera. Allora, cosa sta succedendo? Ora non è più possibile trovare la scusa del particolare momento politico nazionale per attribuire le “colpe”. Certo è che l’origine di questa crisi, che è più nostra che internazionale, è determinata da un particolare fenomeno involutivo che si è andato a infrangere contro una redditività che è peggiorata in tempi brevissimi.

In pratica, nonostante il crollo degli investimenti e delle conseguenti speculazioni, è venuto meno quello spirito di mutua assistenza che, almeno per il passato, era riuscito a compensare la mancanza delle entrate con una migliore ripartizione del reddito nazionale. Da noi, non sono mai stati i grandi capitali a far marciare l’Azienda Italia. Le nostre risorse erano i piccoli e medi risparmiatori che si accontentavano del poco sicuro, piuttosto che del molto incerto. Oggi nessuno si sente d’investire il suo “tesoretto”. I giochi di Borsa non convincono nessuno, ma condizionano oggettivamente tutta l’economia.

L’Italia vive con un sistema economico libero all’interno, ma maggiormente esposto alla concorrenza internazionale. Essere in UE non è solo un vantaggio; anche i rischi sono ben presenti. Speravamo che Renzi instaurasse una politica più favorevole all’iniziativa privata con, ovviamente, ridotti carichi fiscali. Così non è stato. Chi è stato formica, nel passato, oggi rischia di fare la tragica fine della cicala.

Il Paese resta privo dell’iniziativa “agevolata”. In Europa il problema è stato affrontato prima che da noi ed, in parte, anche risolto. C’è chi ha consentito al capitale privato di sorreggere le mancanze di quello pubblico; in cambio d’infrastrutture capaci di compensare, anche nel tempo, gli investimenti. Da noi, è assai improbabile che l’auspicata ripresa possa trovare le sue radici dando maggior spazio all’iniziativa privata che è, poi, quella che subordina realmente i mercati. Per superare la crisi bisognerebbe garantire uno scambio tra prodotti elaborati e materie prime. Attraverso una remunerazione non solo di natura economica, ma anche sotto forma d’investimento a medio termine. Come a scrivere che se la “barca” procede bene, i vantaggi ci saranno per tutti e in proporzione allo “sforzo” economico impiegato.

Le regole per non soccombere erano chiare da qualche tempo. Evidentemente, si è ritenuto più agevole concentrare gli sforzi su una stabilità a venire a discapito di quelle presente; anche se in regresso. L’effetto domino non si è fatto attendere. Dopo i primi sentori di depressione nel 2008, chi ha potuto si è messo al riparo. La maggioranza degli italiani non è stata in grado di fare lo stesso. Anche perché l’Esecutivo non è mai stato chiaro sulle reali mancanze dei conti del Paese e sino a che punto sarebbe stato possibile tamponare con titoli pubblici la voragine nazionale. Ora la crisi s’è ridimensionata. Le terapie ci sono tutte. Saranno efficaci?

Se i bilanci non sono chimere, ci vorranno almeno ancora tre o quattro anni per tornare a livelli di solidità accettabili. Un percorso ancora lungo che comporterà altre privazioni a chi già a dato molto. L’unica strategia è recuperare, almeno, il terreno perduto senza provocare altre flessioni al nostro sinistrato sistema economico. Poi, con la nuova legge elettorale, la mano torni al Popolo sovrano.