Netta sconfitta del PD a Venezia, dove sono stati inseriti candidati manifestamente islamici nelle liste, accompagnati da pubblicità e video in arabo e bengalese.
C’è chi si scandalizza, chi ironizza, ma forse il centrodestra dovrebbe riflettere: sempre più elettori saranno originari di aree musulmane e, così come un tempo c’era la Democrazia Cristiana a guidare il Paese, oggi stanno nascendo anche liste dichiaratamente musulmane, pronte a raccogliere consenso con una sinistra che sembra intenzionata a rappresentarle e controllarle politicamente.
Ha fatto discutere anche il caso di Vigevano, dove perfino la Lega ha inserito in lista esponenti della comunità islamica locale. Ma, ancora una volta — ed è qui la differenza rispetto alla campagna del PD — va sottolineato che non dovrebbe essere la religione a contare, bensì quanto i candidati siano realmente inseriti e integrati nella comunità.
Chi vota è cittadino italiano e, considerando che servono anni per ottenere la cittadinanza e quindi il diritto di voto, sorprende piuttosto la necessità del PD di pubblicizzare i propri candidati addirittura in lingua originale, come se i potenziali elettori non conoscessero sufficientemente l’italiano da comprendere messaggi e programmi politici.
Un segnale preoccupante di mancata integrazione. Diverso è invece il discorso sulla candidatura di cittadini musulmani: non c’è nulla di male, e sostenere il contrario sarebbe un evidente atto di discriminazione.
D’altronde, una parte significativa degli alunni delle scuole primarie è oggi composta da bambini di origine arabo-musulmana. Dov’è allora lo scandalo se i loro genitori si candidano? Lo hanno fatto, vincendo, anche sindaci di grandi città del mondo, da Londra a New York.
Bisogna piuttosto ragionare su come queste presenze, sempre più diffuse, incidano sul costume, sulle abitudini e sulla realtà quotidiana del Paese. Serve evitare ogni forma di denigrazione, ma al tempo stesso pretendere una reale integrazione, fondata sul rispetto reciproco: accettare le opinioni altrui senza però rinunciare ai valori, alla cultura e alle tradizioni storiche del Paese ospitante, né tantomeno piegarsi passivamente alle abitudini dei nuovi arrivati.
Esiste poi un problema politico. È assurdo che la destra continui a stupirsi senza comprendere che servono risposte adeguate a una società che cambia. Se sempre più persone non votano e non si sentono coinvolte nella vita pubblica, forse è arrivato il momento di interrogarsi seriamente sulle cause di questa crescente disaffezione collettiva, evidenziata dal costante calo dell’affluenza, e intervenire rapidamente.
Negli Stati Uniti assistiamo a un fenomeno evidente: i “vecchi” immigrati sono diventati spesso i più convinti difensori del senso di appartenenza americano, schierandosi persino contro l’immigrazione clandestina e ricordando i sacrifici e le regole affrontate dalle loro famiglie per ottenere la cittadinanza. Una nazionalità conquistata e, proprio per questo, sentita come qualcosa da tutelare e difendere.
I ragazzi delle coppie arrivate da poco in Italia, o formatesi qui pur provenendo da Paesi lontani, hanno davanti a sé due strade: integrarsi e crescere sentendo questa nuova patria come propria, oppure restare ai margini, con tutte le conseguenze sociali e culturali che troppo spesso la cronaca ci mostra.






























