Pd, Fassino: ‘scissione? Anacronistica e senza mercato’

“Non mi sembra che un nuovo partito possa avere un mercato. Fare scissioni e nuovi partiti è cosa che appartiene al passato, oggi sarebbe operazione poco realistica e in ogni caso venata di nostalgia". Così, in una intervista a La Stampa, il sindaco di Torino Piero Fassino commenta le voci su presunte scissioni che circolano nella sinistra del Pd.

"La sinistra, poiché è nata per cambiare, deve liberarsi dall’istinto di mettere le mani avanti ogni volta che è davanti alla necessità del cambiamento. La sinistra ha il dovere di innovare e non di conservare lo status quo, deve stare sempre un metro avanti, non dietro la domanda di cambiamento. Che oggi è forte ed è intercettata da Matteo Renzi".

Fassino sottolinea che "nella storia del movimento operaio italiano ed europeo non sono mancati momenti di divaricazione. In Germania, per esempio, tra governo Schroeder e Ig Metal ma anche in Italia. Per definizione il sindacato ha la rappresentanza di una parte, i lavoratori dipendenti, mentre chi governa ha il dovere di assumere decisioni che corrispondano ad un interesse generale, anche esponendosi ad impopolarità e rischi, che nel caso più recente, in ogni caso non sono il riflesso di una deliberata scelta di conflitto".

Fassino sostiene che in un Paese ingessato come l’Italia riforme liberali come quelle incardinate da Renzi assumono un connotato di sinistra: "Certamente. Purtroppo l’Italia non ha mai avuto grandi riforme liberali, che nella storia hanno sempre avuto un segno progressista e anti-aristocratico. Liberale è chi libera risorse, chi cambia il sangue al sistema". E in particolare sull’articolo 18 dice: "Le argomentazioni di chi è contro, non tengono conto del contesto passato e attuale. Lo Statuto dei lavoratori risale al 1970 e allora erano vicini gli anni nei quali tanti lavoratori erano stati discriminati e licenziati per la loro appartenenza politica e sindacale. Dunque l’articolo 18 fu concepito proprio per impedire che si riproducessero quelle discriminazioni. Se quell’articolo fosse stato immaginato, come qualcuno sostiene oggi, per tutelare genericamente i lavoratori dal rischio di perdere il posto di lavoro, allora la giusta causa avrebbe dovuto essere applicata ai lavoratori delle aziende al di sotto dei 15 dipendenti. Perché è lì che si rischia di più".

"Oggi siamo in un contesto radicalmente diverso da quello del 1970. Lo Statuto fu concepito prima della moneta unica, prima della globalizzazione, con un mercato del lavoro rigido, quando eravamo ‘difesi’ da filtri protezionistici: ce lo ricordiamo o no, che allora le macchine giapponesi non si potevano vendere in Italia?". Secondo il sindaco di Torino "se vogliamo superare le troppe forme di precarietà, proliferate in questi anni, dobbiamo far sì che le aziende tornino ad assumere a tempo indeterminato, occorre superare le troppe barriere che hanno irrigidito il mercato del lavoro. Le modifiche all’articolo 18 proposte da Renzi, da una parte consentono di tutelare con il reintegro chi sia colpito da discriminazioni e dall’altra di accompagnare con l’indennizzo e con gli ammortizzatori sociali chi abbia perso il posto e sia alla ricerca di un nuovo lavoro".