Sulla legge elettorale non si placano le polemiche in casa Pd, anzi. Lo scontro arriva al cuore del governo dove oggi il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini ha stoppato il suo stesso presidente del Consiglio, Enrico Letta, che ieri sera aveva preso le distanze dalle liste bloccate, chiedendo di ridare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri parlamentari. "Vedo che le preferenze sono diventate improvvisamente popolarissime ma io, che ho iniziato a prenderle, e molte, a vent’anni, sento il dovere morale di dire che oggi sarebbe un errore enorme reintrodurle". Una posizione, quella di Franceschini, condivisa da molti dentro il Pd e che incontra sicuramente il favore dell’altro caposaldo su cui si regge l’accordo che ha portato alla definizione dell’Italicum: Forza Italia. La responsabile Riforme del Pd Maria Elena Boschi, spinta dalle pressioni interne al partito, ha incontrato oggi il plenipotenziario forzista in materia di legge elettorale Denis Verdini, per sondare la possibilità di una modifica della bozza presentata in commissione Affari costituzionali.
A quanto si apprende la risposta sarebbe stata chiara e netta: non se ne fa niente, senza liste bloccate (collegi plurinominali da 3 a 6 candidati per collegio) salta l’accordo. Una situazione molto intricata e decisamente rischiosa, come ha ribadito lo stesso regista delle trattative Matteo Renzi: "Le modifiche sono possibili in Parlamento se tutti sono d’accordo". Al momento l’accordo, però, sembra molto lontano. E anche dentro il Pd il dibattito rimane aperto, come emerso dalla riunione mattutina a cui hanno preso parte i membri della commissione Affari costituzione della Camera. Un incontro che doveva servire a trovare le condizioni per presentare emendamenti unitari a firma Pd. Al momento le posizioni restano distanti: da una parte la maggioranza che teme possa saltare l’accordo con Forza Italia, dall’altra la minoranza che punta a modifiche sostanziali sulle liste bloccate, all’abbassamento della soglia di sbarramento per i partiti più piccoli e all’innalzamento della soglia per ottenere il premio di maggioranza, ora fissata al 35%. "Condivido alcuni punti di critica – ha detto Renzi – ma nessuno di noi può farsi la sua legge elettorale da solo, gli emendamenti vanno condivisi dagli altri partiti, da Fi fino a Ncd. Non posso accettare che un emendamento non condiviso diventi una scusa per far saltare tutto il pacchetto, che prevede l’eliminazione del Senato, la riforma del Titolo V della Costituzione. E’ l’ultima chiamata per la dignità del Parlamento".
Dal canto loro, però, gli esponenti della minoranza Pd non sembrano disposti a cedere e cercano sponde in Parlamento a cominciare dal Nuovo centrodestra di Alfano e gli altri partiti che sostengono il governo. Oltre all’ipotesi preferenze, si starebbe lavorando alla reintroduzione, almeno parziale, dei collegi uninominali oppure, come estrema ratio, alle primarie di partito da svolgersi per legge. Il cuperliano Alfredo D’Attorre non risparmia stilettate a chi, come Franceschini, si oppone alle preferenze: "Dall’ultimo sondaggio Swg risulta che l’80 per cento dei nostri elettori è contro le liste bloccate e che solo l’11% sarebbe favorevole alle liste bloccate.
Evidentemente lui fa parte dell’11 per cento dei nostri elettori". Dal canto suo il vicepremier Angelino Alfano conferma: "Con Berlusconi e Renzi realizzeremo la legge elettorale ma chiediamo la modifica della cosa più odiata Porcellum: Parlamento di nominati e liste bloccate". Il braccio di ferro, nel Pd e fuori, continuerà nelle prossime ore. In palio non c’è solo il cambio della legge elettorale ma il futuro del governo: se non parte il percorso delle riforme, la legislatura andrà incontro ad una fine fulminea quanto inesorabile.






























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