La scelta (in extremis) del Cav: ragioni e sviluppi – di Andrea Capati

La fibrillazione istituzionale che si è consumata in questi giorni, e che ha visto il governo con un piede in fuorigioco, non ha avuto risvolti degni di nota, estinguendosi – almeno per il momento – con un nulla di fatto. «Grande, è un grande», è stato il commento a freddo del premier Enrico Letta a seguito della dichiarazione di voto di Silvio Berlusconi, il quale – liberatosi dalla camicia di forza che aveva indossato controvoglia – aveva pianificato nel dettaglio la caduta dell’esecutivo, salvo ripiegare sulla linea della fiducia in extremis: «Mettendo insieme le aspettative e il fatto che l’Italia ha bisogno di un governo che produca riforme istituzionali e strutturali – ha detto il Cavaliere, ripiegando il discorso, ancora caldo, con cui, un attimo prima, avrebbe annunciato la sfiducia al governo – abbiamo deciso, non senza interno travaglio, per il voto di fiducia».

Più tardi, all’uscita dal Senato, Berlusconi farà sapere che «non c’è stata alcuna marcia indietro»; in realtà, il cambio di rotta è lapalissiano e ha l’effetto di sbriciolare i passi strategici mossi nell’ultima settimana dal Cavaliere: dall’annuncio delle dimissioni di massa dei parlamentari, al ritiro della delegazione pidiellina al governo, passando per la mobilitazione dei cittadini – attraverso il videomessaggio del 18 di settembre – cui l’ex premier chiedeva «un impegno personale».

Le ragioni per cui Berlusconi è pervenuto ad una tale decisione di resipiscenza sono due, parimenti risolutive. La prima riflette una presa di coscienza: quella per cui il governo, che pure era intimidito dalle prese di posizione del Cavaliere, fosse ormai autosufficiente – grazie, beninteso, ai venticinque senatori Pdl pronti alla fiducia –, sicché un voto controcorrente non sarebbe solo stato sterile, ma lo avrebbe altresì messo in cattiva luce, condannandolo all’isolamento. La seconda è quella legata al tentativo di spegnere – politicamente e mediaticamente – l’ipotesi che vedrebbe le «colombe», guidate da Alfano, dar vita ad un gruppo parlamentare autonomo dal Popolo della Libertà; o decidere, in un secondo momento, di riconoscersi nello stesso Pdl quandunque Berlusconi convogliasse i suoi nel nascituro Forza Italia.

D’altra parte, appaiono oltremodo stonate le voci che parlano di un «Letta bis», se è vero che la maggioranza che sostiene il governo oggi è la stessa che lo sosteneva ieri e che – verosimilmente – lo sosterrà domani. La presunta scissione del gruppo parlamentare che fa riferimento a Silvio Berlusconi non cambierebbe, come risulta altrimenti da ipotesi e retroscena dell’ultima ora, gli equilibri in seno al Parlamento, giacché le propaggini che ne risulterebbero hanno – seppur con modalità, tempi e intensità differenti – già espresso il loro sostegno all’esecutivo.