Italicum, Pd in tilt: ‘una parte del partito non tollera Renzi’

Italy's Prime minister Matteo Renzi addresses the media as he arrives at the European Council headquarters for an extraordinary summit of European leaders to deal with a worsening migration crisis, on April 23, 2015 in Brussels. European leaders gather on April 23 to consider military action, at an extraordinary summit to deal with a worsening migration crisis after a series of deadly shipwrecks in the Mediterranean. AFP PHOTO / PHILIPPE HUGUEN

"Oggi viene inferta una ferita profonda alla nostra democrazia. Una ferita che non si rimarginerà a breve e che anzi rimarrà aperta e segnerà anche la legittimità politica del prossimo Parlamento". Lo afferma Stefano Fassina, uno dei 38 componenti del Pd che non hanno votato la fiducia sull’Italicum, in una intervista a Libero.

Roberto Speranza in una intervista a Repubblica: "Trentotto sono un’enormità. Trentotto deputati che decidono di non votare la fiducia a un governo che pure sostengono sono un numero altissimo. Fra loro ci sono ex premier ed ex segretari. Hanno un peso politico. Sono un tratto importante del cammino del Pd. Di fronte a questi nomi, me lo lasci dire: non è più un problema di numeri".

Enrico Letta in un intervento sulla Stampa scrive: "La volontà del capo del governo e del Pd di far approvare la legge elettorale in solitudine, contro tutte le opposizioni esterne e contro una parte del proprio partito, è un errore".

Gianni Cuperlo in una intervista al Messaggero: "Ho sempre avuto con il partito un rapporto di un certo tipo. Mi sento parte di una comunità. Ma questo è uno strappo incomprensibile anche alla luce di come erano andate le prime votazioni con il voto segreto. Mi addolora e mi amareggia il linguaggio che si è usato. Non mi riferisco al bon ton ma al modo in cui si è rappresentata chi ha guidato il centrosinistra italiano. Come se gli ultimi vent’anni fossero una rassegna di fallimenti. Faccio osservare che ad esprimere contrarietà alla fiducia, oggi sono un ex presidente del Consiglio due ex segretari e un presidente del partito".

Eugenio Marino, responsabile del Pd nel mondo: “Porre la questione di fiducia sulla riforma elettorale è stato un errore”, così “si scavano solchi profondi nel Paese, in Parlamento e all’interno di comunità politiche, si incrinano (paradossalmente) fiducia e rispetto reciproco e il giorno dopo sarà più difficile stare insieme, decidere insieme e camminare gli uni accanto agli altri”, “temo che la scelta di oggi possa cancellare la bella prova della elezione di Mattarella e minare anche la vita futura di quelle riforme necessarie che si vogliono tempestivamente e giustamente approvare. Purtroppo a volte i mezzi sono tali da snaturare il fine”.

Ma nel Pd c’è chi non ne può più di certi lamenti. L’europarlamentare dem Goffredo Bettini in una intervista alla Stampa: "E’ doloroso che 38 deputati del Pd non abbiano votato la fiducia", "importanti leader che però facevano parte di un’altra stagione e di un altro gruppo dirigente, battuto da Renzi. Non mi meraviglio che abbiano opposto una resistenza così forte, sbagliata e in qualche misura avventurosa", "non nego che possano porre questioni di merito anche giuste, ma la riforma aspetta da anni e nel Pd c’è stata una lunga discussione durante la quale s’è tenuto conto anche di modifiche proposte dalla minoranza. Chiederne altre oggi significa fare come sempre: dilazionare, rimandare, e poi affossare".

Piero Fassino, sindaco di Torino, in una intervista al Corriere della Sera: "Cominciamo dalla fine: questo è il quarto miglior risultato sulle 17 fiducie chieste dal governo Renzi. E anche se tutti gli assenti avessero votato contro, la fiducia sarebbe passata: prova di solidità della maggioranza". Secondo Fassino la richiesta della minoranza Pd sulle preferenze era "in contraddizione con molte battaglie del centrosinistra, che da tempo considera le preferenze permeabili a clientele e a corruzione. Inoltre, la nuova legge elettorale è stata modificata in questi mesi su input della minoranza Pd: premio di maggioranza al 40 anziché al 37 per cento, soglia minima per i partiti non coalizzati dall’8 al 3 per cento", "l’impressione è che una parte del partito faccia fatica ad accettare la leadership di Renzi".