Imprenditore a Napolitano, ‘resteremo senza imprese’

Arrabbiato. Indignato. Incredulo. Giorgio Molinari, 54 anni, titolare della Molpass, un’azienda del Bolognese che fa impianti di scenotecnica per teatri (suoi i proiettori led della sala stampa del Quirinale), e’ arrabbiato per essere stato condannato a 3 mesi, o 22.500 euro di multa, per non averne pagati 61.000 relativi ai sostituti d’imposta 2011. Indignato perche’ e’ stato lui e comunicare allo Stato che non poteva pagare, poiche’ i teatri per cui lavora non saldano. Incredulo perche’, nonostante avesse concordato una dilazione del pagamento, nessuno l’ha avvisato del procedimento penale. Cosi’ il decreto penale di condanna (dove appunto il contraddittorio e’ previsto solo successivamente) e’ arrivato per telefono, comunicato a ottobre dall’avvocato d’ufficio nominato dal Tribunale. Allora l’ingegnere ha scritto a Giorgio Napolitano, perche’ "ci vuole un pater familias che sappia e ci spieghi come queste cose possano succedere". E in una pagina sui giornali di Bologna, ha denunciato che "di questo passo resteremo senza imprese".

In calce, il simbolo di Unindustria: il modo scelto dagli industriali bolognesi per dire da che parte stanno.

Non e’ tanto preoccupato della condanna Molinari. "Faro’ ricorso e mi difendero’ – spiega – vi sono innumerevoli sentenze di assoluzione per casi simili". Ma "sapere che la ‘giustizia’ spende montagne di denaro per istruire processi inutili, umilianti e costosi per il cittadino, demoralizzando la posizione dei piccoli imprenditori che coraggiosamente tentano di stare al loro posto in continuita’ con i propri dipendenti, si rivela una offesa alla civilta’ e una grossa vergogna per tutti. Senza considerare che in questo stato d’animo alcuni colleghi hanno compiuto atti estremi suicidandosi". Frasi che pesano in una citta’ che ancora ricorda il rogo in cui mori’ Giuseppe Campaniello, artigiano che si diede fuoco davanti alle commissioni tributarie.

Non va giu’ a Molinari un’inchiesta penale (scattata ai sensi dell’articolo 10 bis del D.Lgs 74/2000 per un debito superiore a 50.000 euro) dove nessuno si e’ informato del fatto la sua e’ una azienda da 20 anni versa regolarmente il dovuto. Dove nessuno ha chiamato l’Agenzia delle Entrate per scoprire cosi’ che era stato lui stesso a comunicare di non poter pagare, concordando una dilazione. "Se il pm avesse fatto quello che deve fare, cioe’ indagare, se avesse chiamato i carabinieri per sapere chi ero, se avesse chiesto alle Entrate – dice – avrebbe scoperto quale era la situazione. Fa il pm, mica spazza un cortile", sbotta. Aggiungendo che "se la giustizia e’ in un corto circuito simile siamo al limite della decenza". Invita ora i magistrati a riflettere: "Se fossi stato all’ estero, come spesso mi capita, magari l’avvocato d’ufficio non mi trovava. Ma senza ricorso, dopo 15 giorni, la condanna diventa irrevocabile. E io, che lavoro solo con enti pubblici, con una condanna irrevocabile non posso piu’ lavorare. Cosi’ tagliate l’albero su cui stiamo io e 20 dipendenti". "Se tu Stato mi condanni senza nemmeno avvisarmi – e’ la sua amara conclusione – perche’ non pago le tasse, poiche’ enti anche pubblici non mi pagano, nonostante sia stato io a comunicarti che ero insolvente, spiegandoti il perche’ e accettando di dilazionare il pagamento con gli interessi… ecco allora, forse dovrei decidere di andarmene all’estero". Intanto il suo legale, Carmela Cappello, ha gia’ presentato opposizione. Per andare in udienza pero’ bisognera’ aspettare, grossomodo tra i 6 e i 9 mesi.