Il PD ancora all’attacco dei diritti del lavoro. Damiano: “Non ci sono contratti buoni e cattivi”

L’ex Ministro oggi Presidente della Commissione Lavoro, Cesare Damiano, va all’attacco della contrattazione nazionale

“Bisogna uscire da una visione in cui ci sono solo i contratti buoni e i contratti cattivi, contratti leader e contratti pirata”. Così Cesare Damiano, ex Ministro del Lavoro in quota PD ed oggi Presidente alla Camera della Commissione Lavoro: “Non è detto che una legge sulla rappresentanza debba corrispondere all’accordo Cgil-Cisl-Uil-Confindustria”.

Il tutto per elogiare uno studio comparato dei contratti di settore Nazionali con quelli stipulati da Cifa-Confsal, dimostrando la bontà di alcune contrattazioni slegate dalla Triplice, o comunque dal quadro generale dei CCNL.

L’ideatore negli anni addietro della flexsecurity all’italiana, da sempre schierato per la flessibilità al posto delle garanzie statutarie – che poi in effetti son state smantellate col Jobs Act – prosegue ideologicamente su questo cammino fatto di tanta incertezza per gli impiegati e soprattutto di strumenti di tutela sempre più spuntati.

Sicuramente ci saranno modelli virtuosi, non è una questione di visione classista delle cose, con la contrapposizione aprioristica imprenditore-operaio, tuttavia è necessario salvaguardare un confine, un’arena in cui diritti ben definiti incontrano doveri altrettanto chiari, senza la possibilità di scendere al di sotto di determinate soglie.

I Sindacati non hanno dimostrato in questi anni di incarnare la salvazione dei lavoratori, né tantomeno si sono sforzati di comprendere i danni che avrebbe prodotto la globalizzazione e le nuove forme di sfruttamento che al tempo di internet, del telelavoro e dei riders, ha praticamente fatto sfumare un mondo di certezze. Non ha nemmeno aiutato la politica della “sinistra-stinta”, alla Damiano, che col Governo Renzi ha posato un bianchetto sullo Statuto dei Lavoratori figlio delle lotte degli anni ’60 – ’70.

Da dove ripartire? Di sicuro la strada non può essere quella del decentramento, del far perdere il senso e la contezza del quadro macroscopico delle dinamiche retributive nel complesso, del ventaglio di condizioni che s’intrecciano tra il tempo assorbito da un mestiere e la qualità della vita.