Il buonismo multiculturale sta cancellando la nostra identità – di Fabio Ghia

Il sistema di vita di un paese è fondato sull’accettazione del suo ordinamento giuridico da gran parte della popolazione. Solo la piena condivisione della “norma” dà ragione alla forza dissuasiva dello Stato. Questo concetto giuridico dai profondi sviluppi sociali trova la sua piena validità financo nei sistemi autocratici. Dovrebbe, quindi, essere pienamente riscontrabile anche nelle democrazie del tipo occidentale ma, ahimè, problemi di falsità e buonismo multiculturale stanno mettendo a serio repentaglio oltre che l’ordinamento giuridico anche la nostra stessa identità.

I flussi migratori che hanno interessato l’Europa nell’ultimo decennio, in particolare l’Italia, stanno cambiando velocemente il tessuto culturale su cui si fonda la nostra società. Perché una qualsiasi comunità resti insieme, c’è bisogno di unicità di valori sociali, d’"identità" fondamentale condivisa dai più.

Solo su questo concetto si basa la concezione di essere e sentirsi cittadini e popolo di una nazione. Il Mediterraneo e il Medio Oriente, con la presenza di uno Stato Islamico (non ancora riconosciuto, ma pienamente efficiente e attivo!), sta mostrando di essere artefice ancora una volta di un nuovo confronto tra civiltà, del quale nessuno vuol parlare. Anzi, con falso buonismo, le forze disgreganti inneggianti al pensiero marxista (sempre esistente) continuano a proporla come una priorità assoluta in nome di una supposta sfida al multiculturalismo! All’idea cioè che possa esistere una società basata su differenti culture anche diversissime tra di loro, dimenticando però che l’ordinamento giuridico preposto a gestire i processi sociali di comune convivenza è basato su profonde matrici culturali, prodotto di valori storici propri di certe culture ma non di altre; e che le società sono tenute insieme principalmente dalle regole, dai codici e dalle Costituzioni, perché si identificano nel retaggio culturale, nella storia, nelle radici emotive e nei valori storici che hanno generato il quadro giuridico di riferimento.

Nella sostanza, le regole, le leggi, l’ordinamento sociale di una nazione funziona solamente se le premesse di natura culturale sono parte del retaggio del popolo cui vengono applicate.

Le società occidentali attuali, per contro, vanno sempre più verso un progressivo scioglimento dei loro valori identitari, dell’imbastardimento della loro tradizione culturale, cercando di dare sempre più credito all’interpretazione delle regole secondo nuove e parziali visoni e a chi è destinato ad amministrarle. Tra i tanti “imbastardimenti” l’Inghilterra è il caso più emblematico: dall’anno scorso si è avuta una vera e propria nuova interpretazione giuridica della fattispecie di riferimento, aprendo alle comunità musulmane delle leggi ad hoc nel merito dell’eredità e del valore della figura della donna in ambito “testimonianza”. In entrambi i casi, infatti, seguendo il dettame coranico proprio del mondo islamico, l’ordinamento giuridico inglese, per i musulmani che ne faranno richiesta, semplificando (molto semplificando!) considererà la donna di valore pari alla metà di quanto sia considerato l’uomo! 

E’ da sempre che il sogno multiculturale ha bisogno di una società senza valori e senza storia, che possa costituirsi e reggersi solo su regole universali allo stesso livello dei valori supremi. Ma se gli Stati Uniti e il Canada hanno rappresentato la fine del multiculturalismo, la nuova e massiccia presenza di immigrati di cultura musulmana in Europa riapre nuovi interrogativi sulla valenza della propria cultura e identità.

L’intera politica dell’immigrazione e dell’accoglienza praticate in Europa ha dato pieno respiro, infatti, alla realizzazione del sogno multiculturale; cioè l’instaurarsi della convinzione che l’integrazione non significhi far assimilare ai neo arrivati i tratti culturali del nostro essere quotidiano, cioè gli unici che possono produrre anche il rispetto delle loro regole tale da poter consentire all’immigrato di sentirsi cittadino italiano in un tempo ragionevole, bensì aprirsi a culture diverse affinché l’immigrato possa continuare a vivere secondo la propria tradizione e la propria identità.

Di nuovo la Gran Bretagna ci fa da specchietto, dove alle comunità islamiche è stata riconosciuta in tempi brevi (tre anni) l’acquisizione della cittadinanza, ma contemporaneamente anche la facoltà di applicare all’interno della comunità musulmana alcune regole della sharia che, essendo divenute normativa interna, sono “intoccabili” anche quando vanno a intaccare i capisaldi della giurisprudenza libertaria occidentale (casi di prostituzione, concubinaggio-poligamia non ufficiale, violenze sulle donne, pedofilia parentale, etc. rimasti non perseguibili perché commessi in ambito musulmano!). Senza contare poi il numero di musulmani inglesi, molti convertiti, che sono andati ad alimentare le file di Jihadisti dell’ISIS di Al Baghdadi!

Ma l’esempio più classico di quanto sia stupido, inconcludente e pericoloso il credo del multiculturalismo, ce lo dà proprio l’Islam. Quando mostra lo scenario mediorientale, tra sciiti, sunniti, le divisioni e gli odi intestini che esistono anche al solo interno dei sunniti (Al Baghdadi-ISIS e Abdelaziz El Sauda-Arabia Saudita: i due Califfi riconosciuti del mondo sunnita), le faide e le persecuzioni al loro interno (Sufi – De Asha – Yazidi, Turcomanne, Ashabad), la differente radice culturale che ancora oggi insiste nelle frange sunnite più ortodosse, dando origine ai Wahabiti, Salafiti, Fratelli Musulmani etc.). Ecco, provate un po’ a parlare con questa gente di multiculturalismo e dell’accettazione dell’altro.

In Tunisia, unica nazione in cui si spera nell’avvento di una sorta di “democrazia islamica”, siamo giunti al punto che all’indomani delle ultime elezioni politiche (il 26 ottobre scorso) il leader del partito di maggioranza relativa Nidaa Tounes (38%), si è affrettato a fare una comunicazione ufficiale smentendo qualsiasi voce sulla natura “laica” del suo partito che, bensì, è da considerarsi “modernista”. Giacché il dirsi “laico” nella cultura islamica è quasi uguale al professarsi “ateo” ed equivale a essere oggetto da parte di frange salafite-jihadiste di fatwa (responso giuridico) di sentenza di morte. In Tunisia, già occorsa per ben due volte nei passati due anni (Mohamed Brani e Chokri Belhaid)!

E allora, perché non aprire gli occhi e guardare al nostro stesso interno, rapportandolo con quanto avviene intorno a noi. La classe politica italiana, attraverso la stampa non fa altro che enfatizzare gli interventi armati delle nostre Forze Armate a sostegno delle nascenti democrazie islamiche, senza guardare agli esiti delle pregresse esperienze. Somalia, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan: tutti esempi di rovinose affermazioni del conflitto interculturale panarabo e panislamista. Mentre non si dà alcun credito alla voglia di “conoscenza” che le stesse nazioni post-rivoluzione esprimono attraverso la richiesta di scambi culturali, di attività di cooperazione, di programmi Erasmus, della necessità di aprirsi al “dialogo interculturale” con le nazioni occidentali.

A guardare l’Islam di oggi ci si rende conto che stiamo per vivere una svolta epocale. Da una parte, forse in maniera sempre più rilevante, si va affermando la più radicale tradizione islamica: il Salafismo Jihadista, il ritorno al Califfato e all’Islam espansionistico e violento, alla Sharia, allo Stato teocratico nel nome della legge Coranica e della Sunna. Dall’altra, una inebetita voglia di combattere il Salafismo (Wahabismo) estremista (Egitto, Libia, Algeria, Marocco, Yemen) senza pensare di proporre alternative evolutive del modernismo islamico, per la perpetrazione dello status quo. Infine, ma non a caso, la Tunisia che sta combattendo in maniera silenziosa ma esemplare la propria battaglia per la democrazia e l’emancipazione culturale.

Malgrado quanto accennato sulle fatwa, la Tunisia sta combattendo una dura, durissima battaglia. Proprio l’altro giorno l’ultimo di una lunga serie di atti terroristici: cinque militari brutalmente uccisi in una corriera presa d’assalto da un gruppo di Jihadisti salafiti. Eppure è proprio da questa terra che arriva un forte richiamo al “dialogo interculturale”. Lo stesso grazie al quale si è arrivati alla possibilità di creare un prossimo governo tra modernisti di Nidaa Tounes e islamisti di El Nahdha, che ora chiama a viva voce le nazioni europee, in particolare Francia e Italia. Perché solo attraverso la conoscenza e il rispetto reciproco si potrà ipotizzare in futuro qualsiasi forma di integrazione.   

L’Europa siamo noi con i nostri ordinamenti giuridici, le nostre leggi, la nostra tradizione e la nostra memoria. In una sola parola, la nostra identità. Differenti società, unite da un’unica radice culturale, che dovrebbero creare intorno alla loro tradizione e alla loro cultura (compreso le radici religiose e l’eredità culturale) il punto di forza per la futura, ma sempre più pressante, integrazione tra i popoli.

Proprio perché si va sempre più manifestando una certa dicotomia culturale tra Islam e Occidente, sarà forse arrivato il momento di dire “Conosci per farti conoscere” (brutto perché tradotto dall’arabo!)? E’ giunto dunque il tempo per approfondire la conoscenza l’uno dell’altro, affinché quella pletora di musulmani che continua a desiderare di venire in Europa si senta un po’ meno a casa propria e pensi un po’ più al rispetto della tradizione e dell’identità degli altri.