Giornalisti, un inviato è anche un uomo – di Valentina Veziani

L’inviato di guerra non è solo colui che parte per una nuova destinazione, non è colui che deposita la sua valigia, in attesa di filmare o fotografare uno scontro, di qualsivoglia natura, per ottenere assensi di pubblico. Sappiate che un inviato è colui che ha una sola corazza, ossia "il coraggio". Quello che pochi uomini hanno nella quotidianità, quello che pochi dimostrano nei confronti della vita, quello che è necessario per presentarsi al mondo. Un inviato non parla del giorno dopo, non progetta, non posticipa, agisce "adesso".

Assiste ad eventi che possono sconvolgergli la vita, talvolta definitivamente, eppure compie, comunque, il proprio operato. Effettua il suo volo verso mete sconosciute, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio, accompagnato da un unico compagno di viaggio: "la volontà", forza motrice, capace di scuotere il mondo e le coscienze.

Un inviato non vive soltanto eventi tragici e traumatizzanti, che si porterà dietro per tutta la vita. E’ colui che immortala istanti, dove la vita si ferma in uno scatto, in un filmato, sfidando la paura di essere sorpreso, di essere anch’esso vittima di attentati. In Italia il ruolo dell’inviato, talvolta, viene dimenticato.

Non sono uomini, sono “eroi”, “guerrieri”, che non temono niente, che sfidano la sorte, che non sanno se faranno ritorno nelle proprie case, a riabbracciare i loro cari, ad accarezzare i propri figli. Sappiate che, dietro un “inviato di guerra”, si cela un uomo, che con passione autentica sfida se stesso. Non ha dietro l’orologio poiché poter rivedere l’alba gli farà capire che è sopravvissuto un giorno in più. Il coraggio non è fare a gara con le auto o bere alcolici, per vedere chi resiste di più. Loro sono l’emblema di ciò che un uomo dovrebbe possedere come dote naturale (ed è ciò che dovrebbe incarnare una società), “il coraggio e la dignità”, considerando che la vita non possiede repliche, né ha un replay. La vita è una e, come tale, va tutelata, però c’è chi riesce a mostrarci la dura realtà di nazioni che vivono quotidianamente quella parola che non dovrebbe esistere nel vocabolario dell’anima, “guerra”.

Quegli scenari disumani, crudi, che vanno riconosciuti, vanno osservati, solo per una ragione: non ripetere più gli stessi errori. Questo ci insegna la storia, poiché è l’uomo l’artefice di tali atrocità: il reale disastro dell’umanità assume sempre le sembianze di un uomo che “dimentica”; se solo chi sta per sparare riuscisse a fermarsi un istante, rammentando che probabilmente sta dando fine alla vita di un padre e di un figlio, poiché quest’ultimo non lo vedrà mai più ritornare, avremmo una società sicuramente migliore. Grazie a tutti gli eroi che noi oggi chiamiamo “inviati speciali”.