Decadenza Berlusconi, larghe intese sempre più fragili: la giornata politica

Lo psicodramma in atto al Senato sulla decadenza di Silvio Berlusconi ha un effetto collaterale piuttosto imbarazzante per il governo Letta: dimostra l’incomunicabilità che separa il Pd dal Pdl su importanti principi del diritto e, con essa, tutta la fragilita’ delle larghe intese. Se le distanze sono queste, infatti, e’ difficile pensare che non siano destinate a pesare anche sul programma di governo. In realta’ la battaglia sul voto segreto (che potra’ comunque essere chiesto da 20 senatori qualunque sia la decisione della Giunta) nasconde ben altre preoccupazioni sulla compattezza di entrambi gli schieramenti che ne potrebbero uscire incrinati a seconda dell’esito finale. Il che significa che nessuno e’ davvero sicuro del fatto suo. Ma soprattutto l’interrogativo e’ sulle conseguenze del voto di decadenza: il centrodestra ne fa una questione di democrazia ma anche di impossibilita’ di convivere con chi vota per l’espulsione del suo leader dal Parlamento.

Con ogni probabilita’ se fosse la Cassazione a pronunciare per prima la sentenza definitiva di interdizione dai pubblici uffici, il clima politico se ne gioverebbe evitando una devastante contrapposizione parlamentare: ma e’ difficile che cio’ possa accadere, sebbene ci sia un tentativo di prendere tempo. Ne deriva che il dibattito della Giunta del Senato precorre in qualche misura cio’ che accadra’ all’interno dell’esecutivo: non a caso i fedelissimi del Cavaliere chiedono a Letta di schierarsi per la irretroattivita’ della legge Severino e mettono sotto accusa la legge di stabilita’ sul punto fondamentale della tassazione della casa e sul ritorno mascherato dell’Imu (agevolati dalla critiche giunte anche dalle parti sociali, dalla Corte dei conti e persino da Bankitalia). Linea dura che i governativi del Pdl hanno difficolta’ ad abbracciare senza creare tensioni con il premier e con gli alleati.

Insomma, l’equazione difesa di Berlusconi uguale sopravvivenza del governo rischia di spingere nell’angolo gli alfaniani che non possono abbandonare il proprio leader ma nemmeno scardinare le larghe intese perche’ cio’ in definitiva e’ contrario al patto sottoscritto con il Quirinale all’atto della ricandidatura di Giorgio Napolitano.

Il rebus e’ complicato dal fatto che la crisi e il conseguente ritorno alle urne e’ proprio l’obiettivo degli avversari di Letta ed Alfano, vale a dire gli oltranzisti di Forza Italia, Beppe Grillo, forse lo stesso Matteo Renzi il quale non puo’ ignorare che l’accelerazione sul bipolarismo in questo momento equivale ad un preavviso di sfratto per il premier della Grosse Koalition in salsa italiana. Questo e’ il motivo per cui Roberto Formigoni ha cercato di bruciare le tappe, preannunciando che il documento delle colombe del Pdl e’ pronto e sara’ presentato al prossimo Consiglio nazionale. I moderati berlusconiani sono convinti di riuscire a costringere Berlusconi a riflettere su di esso e di avere con se’ la maggioranza del partito. Il che significa che il fuoco cova sotto la cenere e che le distanze con i falchi restano uguali a prima.

Non e’ chiaro se Renzi abbia fatto un favore ai governativi sottolineando che, a suo avviso, il Cavaliere non ha i numeri per mandare a casa Letta: la situazione nel centrodestra e’ cosi’ incandescente da non consentire pronostici e insistere sull’ impotenza berlusconiana non e’ il modo migliore per coltivare la pace nella maggioranza. Il sindaco rottamatore sembra interessato piu’ ad una resa dei conti con la vecchia politica che ai soliti compromessi sotto il pretesto della crisi economica. Infatti dice che la vecchia guardia del Pd e’ contro di lui, si schiera a favore della riforma Fornero anche a rischio dell’impopolarita’, boccia il partito cinghia di trasmissione della Cgil, non si cura delle tessere gonfiate nella certezza di fare il pieno dei consensi alle primarie. Illustra insomma un programma leaderistico a cavallo piu’ del centro che della sinistra e si prepara allo scontro finale con Grillo il quale e’ giunto a paragonare il voto del Parlamento ad una specie di vespasiano. Un duello che con ogni evidenza puo’ essere concluso solo nelle urne.