Comites, Fedi (Pd): Ineleggibilità? Falso problema, ecco perché

Una prima considerazione, indispensabile per inquadrare la questione sotto il giusto profilo, è la separazione tra l’analisi strettamente tecnica ed interpretativa delle norme, in particolare il comma 4 dell’art. 5 della legge 286/2003, e le valutazioni politiche. Una seconda considerazione riguarda la mia analisi, strettamente personale, sulla quale però invito a discutere con la necessaria serenità.

Il legislatore, con l’introduzione di forme precise di ineleggibilità, ha inteso da un lato garantire che il Com.It.Es. abbia la necessaria autonomia per poter esercitare il mandato nei confronti della rete diplomatico-consolare, dall’altro tutelare il diritto alla partecipazione politica ed alla rappresentanza. Non si tratta quindi di una forma di ineleggibilità ampia ma specifica, relativa alle funzioni ed al ruolo che si esercita nella comunità.

Le organizzazioni che svolgono all’estero, in maniera specifica in Australia, attività di assistenza e tutela rivolta ai connazionali, al fine di poter svolgere tale attività, debbono avere un riconoscimento giuridico locale: associazioni con statuto registrato, senza fini di lucro, oppure società a responsabilità limitata, oppure altre forme societarie, tutte che consentano comunque l’impiego di personale e la gestione di uffici con tutte le responsabilità civili e penali che ne conseguono.

Il contributo indiretto che ricevono per i servizi che svolgono, concordato con le sedi di Patronato in Italia, non è erogato direttamente dallo Stato, viene normalmente concesso annualmente sulla base delle disponibilità, dell’attività svolta e della capacità dei dirigenti di ottenere attenzione dalle sedi di Roma. Negli anni abbiamo assistito a numerosi episodi, alcuni recenti, che dimostrano la totale autonomia decisionale delle organizzazioni in Australia e nel mondo, capaci di raggiungere e modificare accordi con sigle di Patronato diverse tra loro.

Per queste ragioni, ove sussistessero le analogie che la DGIEePM svolge nei confronti del personale alle dirette dipendenze dello Stato, queste non si applicherebbero ai dipendenti delle organizzazioni all’estero in quanto titolari di assoluta autonomia. Si applicherebbero alle figure, obsolete, del dirigente romano “comandato” in missione, più o meno permanente all’estero, su specifico incarico contrattuale della sede nazionale in Italia. Anche in questo caso, comunque, le analogie sono poche: non si tratta di personale che svolge compiti che li impegna, ogni giorno, con gli elenchi elettorali oppure con la casistica più personale, regolata dalle norme sulla privacy, che possa in qualche modo condizionare, avvantaggiare o agevolare la eventuale candidatura per organismi di rappresentanza locale. Si tratta inoltre di organismi di rappresentanza che non decidono nulla in rapporto alle scelte della pubblica amministrazione italiana. Ove sussistesse un legame così diretto e interdipendente tra il lavoro di Patronato, ruolo di amministratore pubblico e un incarico all’estero, si aprirebbero delle vere e proprie voragini interpretative sia in rapporto alla responsabilità civile e penale che in relazione alle condizioni di lavoro ed impianto delle retribuzioni, con gli annessi e connessi, tipo ferie, trattamento di fine rapporto, assegni famigliari.

Sicuramente poi non si applicano le ineleggibilità relative agli enti gestori e di assistenza, nella misura in cui tale norma si riferisce unicamente ai responsabili amministrativi e legali degli enti per i quali il Comites stesso è chiamato a dare un parere sulle richieste di contributo rivolte allo Stato italiano. Una specifica ineleggibilità, non per tutti gli enti e associazioni e organizzazioni che ricevono contributi dall’Italia, che si applica unicamente agli enti gestori i programmi di lingua e cultura e di assistenza, per i quali il Comitato circoscrizionale è chiamato a dare un parere.

Anche in questo caso limitatamente agli amministratori e rappresentanti legali. Una qualsiasi analogia, pertanto, che comunque si applicherebbe esclusivamente ai rappresentanti legali e agli amministratori dei Patronati, la riterrei sbagliata nella sostanza.

In conclusione, non ritengo sussistano motivazioni tecniche che precludano la candidatura e la eleggibilità di qualsivoglia figura professionale o legale proveniente dei Patronati.

A livello politico, mentre da un lato è essenziale avere i Patronati rappresentati in organismi di base come i Comites, una loro eccessiva presenza, articolata secondo una molteplicità di sigle presenti oggi nei territori, può snaturare la rappresentanza dei Comitati che rischierebbe di risultare carente di alcune figure politiche di rappresentanza di interi settori della comunità, come rischia di risultare carente sotto il profilo più strettamente professionale. In altre parole, a livello politico, la composizione delle liste deve davvero riflettere i contenuti del comma 3 dello stesso articolo 5.

Commi 3 e 4, dell’art. 5 della Legge 286/2003

3. Le liste elettorali sono composte in modo da garantire le pari opportunità e una efficace rappresentazione della comunità di riferimento.
4. Non sono eleggibili i dipendenti dello Stato italiano che prestano servizio all’estero, ivi compresi il personale a contratto, nonché coloro che detengono cariche istituzionali e i loro collaboratori salariati. Non sono, altresì, eleggibili gli amministratori e i legali rappresentanti di enti gestori di attività scolastiche che operano nel territorio del Comitato e gli amministratori e i legali rappresentanti dei comitati per l’assistenza che ricevono finanziamenti pubblici.

*deputato Pd eletto all’estero, residente in Australia