L’irritazione dei centristi per gli appelli incrociati di Pdl e Pd al voto utile e’ comprensibile: ne riduce il rango al ruolo di comprimari. Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani, invitando i rispettivi elettorati a non disperdere le preferenze nelle piccole liste, implicitamente attribuiscono a Mario Monti la parte della forza di disturbo, capace di alterare il risultato finale al Senato ma non di duellare per la vittoria.
Eppure secondo Gianfranco Fini la lista Monti rappresenta l’ unica novita’ della campagna elettorale. Pierferdinando Casini tenta di sdrammatizzare: a suo avviso si appella al voto utile chi si sente debole e Bersani e’ persona troppo intelligente per pensare che il Professore possa accettare la parte di stampella del centrosinistra. Sono dichiarazioni che tradiscono una preoccupazione: il pericolo che un progetto concepito per sottrarre il controllo dell’area moderata al Cavaliere finisca per tradursi nella semplice nascita di un nuovo partito che lotta con Beppe Grillo per il terzo gradino del podio. Il che e’ il contrario dell’idea originaria di Monti e anche delle aspettative del Ppe (vedi l’endorsement del capogruppo europeo Joseph Daul che ha suscitato le proteste del Pdl).
Si tratta dunque di capire quale sia stato fin qui il punto debole del Professore e se lo svantaggio sia recuperabile. L’impressione e’ che il centro abbia sottovalutato le capacita’ di rimonta di Berlusconi. Quando Bersani invita i centristi all’ intesa senza prendere sottogamba il centrodestra, in fondo, fa esattamente questa osservazione: non si puo’ ignorare la matematica della legge elettorale che prevede una serie di premi di maggioranza regionali alla portata in alcune realta’ dell’ asse del Nord (Lombardia, Veneto, Friuli, Sicilia e Campania).
Il segretario del Pd, in altre parole, sembra preoccupato non tanto di non ottenere la maggioranza assoluta a palazzo Madama quanto dei seggi che la lista Monti riuscira’ a conquistare al Senato. Per una serie di alchimie, l’apporto dei montiani potrebbe non essere sufficiente se non raggiungeranno almeno quota 15 per cento (che per alcuni istituti demoscopici e’ sicuro, per altri molto meno). Si spiega cosi’ il dialogo sotterraneo a distanza intrecciato dal Pd con Rivoluzione civile di Antonio Ingroia per un eventuale patto di desistenza: contatti affidati agli sherpa e che il leader del movimento arancione nega perche’ pretende di parlare direttamente con Bersani. Ingroia non esclude una trattativa (‘parliamone’) ma pone una condizione strategica inaccettabile per il Pd: nessuna alleanza postelettorale con Monti. Tuttavia la richiesta non e’ lontana da quella avanzata da Nichi Vendola secondo il quale con il premier si puo’ dialogare solo sul terreno delle riforme istituzionali.
Si capisce che tutto dipendera’ dai voti che avranno i due leader e dalle capacita’ di Monti di allargare davvero la sua base di consenso. Finora la lista montiana sembra avere conquistato voti soprattutto a danno di Udc e Fli (scesi nei sondaggi ai minimi storici) ma non ha inciso sull’area dell’ astensionismo e dei delusi. Stretto nella tenaglia Pdl-Pd, il Professore fatica a ritagliarsi un chiaro blocco sociale di riferimento: e lo dimostrano anche le ripetute aperture al calo delle tasse, aperture che tutti gli avversari gli rimproverano essere poco credibili. Inoltre il premier soffre il confronto con il suo avversario diretto: Berlusconi ha doti di show man che a lui mancano. Ogni giorno il Cavaliere e’ capace di mettere in campo una trovata (l’ultima: la candidatura di Mario Draghi al Quirinale) che forse e’ altrettanto poco credibile ma che riempe comunque i titoli dei giornali. ‘Non si risponde al pifferaio suonando il piffero’, mette in guardia Dario Franceschini alludendo proprio al tema delle tasse.
Insomma, il centrosinistra europeo che hanno in mente Monti e Bersani deve ancora essere messo a punto e al momento e’ sotto attacco della destra. Forse anche perche’ non si e’ voluto organizzarlo subito causando una precoce di crisi d’identita’.
































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