Andreotti era innocente: quando le sentenze di assoluzione non valgono – di Andrea Di Bella

APW2000110947168

Le posizioni che ho sempre e da sempre ritenuto personali sul senatore Giulio Andreotti sono già note ai lettori e ai commentatori politici che hanno avuto la pazienza, nel corso di questi anni, di leggere quanto da me riportato su Freedom24 o in dibattiti pubblici e sul web. Ma a supporto delle mie tesi, riporto qui di seguito la cronologia dettagliata della vicenda che coinvolse Andreotti in un processo per mafia, tanto per rinfrescare la memoria a chi crede di saperla lunga sugli altri, o a chi semplicemente è convinto che le posizioni dei più debbano intendersi come oro colato, sol perché sono magari le più diffuse nell’opinione pubblica. Così ovviamente non è e non deve essere: distinguere le posizioni personali dai fatti, in questo caso da sentenze passate in giudicato, è la priorità per qualsiasi cronista (o commentatore politico, che dir si voglia). Le posizioni personali, dunque, miste ad essenza da giustizialisti (ed io sono un garantista puro sangue, tanto per intenderci), sono da scindersi dalla verità: Giulio Andreotti fu dichiarato innocente nei processi che lo videro imputato per associazione mafiosa e mafia. Oltre che a questo, il sette volte presidente del Consiglio fu anche assolto dall’accusa di aver ordinato l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli. Fu la Corte di Cassazione a pronunciare la sentenza definitiva per il senatore a vita, condannato in secondo grado insieme al boss mafioso Gaetano Badalamenti a 24 anni di reclusione con l’accusa di essere tra i mandanti dell’omicidio del giornalista. Le sezioni unite penali della Corte di Cassazione annullarono senza rinvio la sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Appello di Perugia il 17 novembre del 2002 dichiarando, in via definitiva, l’innocenza di Andreotti riguardo il delitto "per non aver commesso il fatto". L’assoluzione con formula piena arrivò dopo la sollecitazione fatta dal procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, che chiese l’annullamento definitivo della sentenza di condanna.

Relativamente i procedimenti per mafia, la storia (e non certamente io) racconta di Giulio Andreotti raggiunto il 27 marzo 1993 in Senato da una richiesta di autorizzazione a procedere per concorso in mafia, avanzata dalla Procura di Palermo. Il 26 settembre 1999 inizia il processo nell’aula bunker all’Ucciardone. L’accusa si è nel frattempo trasformata in associazione mafiosa. Il 23 ottobre 1999, dopo 6 anni e mezzo dall’inizio della vicenda, Andreotti è assolto ma con formula "dubitativa"; seguirà l’appello che inizierà il 19 aprile 2001. Il 2 maggio 2003 la Corte di appello di Palermo conferma, con alcune modifiche, la sentenza di assoluzione per Giulio Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa, confermata dalla Cassazione il 28 dicembre 2004: la sentenza di Palermo diviene, quindi, definitiva. Molti lettori penseranno leggendo – o magari anche lo scriveranno, commentando – che per i fatti precedenti al 1980, Giulio Andreotti non fu dichiarato innocente, ma i reati e le pene che in molti avrebbero voluto ascrivergli ed infliggergli caddero in prescrizione. Ai più, la definizione di prescrizione è sconosciuta. Ognuno la interpreta a modo proprio: c’è chi crede che quello stesso cittadino, adesso definitivamente libero e prima imputato, debba ancora continuare il processo; o chi è convinto che un cittadino che veda chiudersi i processi con questa formula sia da considerarsi comunque colpevole. Nel caso di Andreotti c’è anche una prescrizione ed è riferita – come da molti sbadatamente ignorato – al reato di associazione a delinquere, e non a quello di associazione mafiosa, accusa che cadde con una sentenza di assoluzione definitiva, come prima specificato. I magistrati annotarono che fu dubbio il ruolo di Andreotti per i rapporti con Cosa Nostra prima del 1980, ma la questione non poté essere approfondita dato che i fatti erano coperti, per l’appunto, da prescrizione.

Ho letto eresie sul concetto di prescrizione, un po’ dovunque, e non ho alcun timore ad affermare che il termine "prescrizione" è dai più snaturato del suo vero significato. Normalmente (sbagliando), viene considerato comunque colpevole un cittadino che fu (prima che intervenisse la prescrizione) oggetto di indagine giudiziaria. Così, ovviamente, non è. Il soggetto non è in realtà né colpevole né innocente. Più semplicemente, la prescrizione del reato e della pena "opera sulla base del decorrere di un periodo di tempo, determinato dalla legge, oltre il quale viene meno l’interesse dello Stato ad accertare il reato e a infliggere la pena" (Enciclopedia del diritto). E’ lo Stato, quindi, che non ritiene più opportuno procedere, e non l’imputato ad essere furbo né tantomeno colpevole. E a pensarci è proprio così: la prescrizione interviene quando la Magistratura non riesce entro un determinato periodo di tempo (comunque regolato a norma di legge) ad accertare verosimilmente i fatti. In definitiva, relativamente le questioni riguardanti Giulio Andreotti in un periodo precedente al 1980, la Giustizia Italiana non si è mai pronunciata. C’è quindi anche solo una possibilità su mille (e visto le assoluzioni per i processi di mafia, sono spinto a credere che ce ne siano anche di più), per credere che Andreotti non fosse un delinquente neanche prima del 1980, oltre che dopo. Ciò non toglie, ovviamente, il fatto che le luci e le ombre sulle questioni politiche e giudiziarie che riguardarono Andreotti dipinsero (e dipingono ancora oggi) agli occhi dell’Italia e del mondo un personaggio che fece dell’ambiguità la sua caratteristica più forte. Tutto il resto, permettetemi, sono congetture e ricostruzioni pretestuose – a tratti anche fantasiose – che non trovano riscontro oggettivo con la realtà. Quanto riportato vale alla stessa maniera (se non di più) per Silvio Berlusconi.

Twitter @andrea_dibella