Voto italiani all’estero: cara Emma Bonino, smantella tutto! – di Andrea Verde

Cara Emma Bonino,

a scriverti è un antico militante radicale che vive da vent’anni all’estero. La tua nomina a ministro degli Esteri è sicuramente un fatto positivo. Con la tua esperienza potrai ridare all’Italia una politica estera di alto profilo, fedele ai suoi valori occidentali e protagonista nel mondo. Saprai gestire con intelligenza e caparbietà i dossier più spinosi e sicuramente ti adopererai al meglio per risolvere la vicenda dei nostri marò dopo i pasticci del precedente governo. Anche se non sarà la tua priorità, almeno nell’immediato, vorrei approfittare di questo spazio per parlarti degli italiani nel mondo e dei problemi legati al voto estero.

Ho salutato anni fa con soddisfazione l’approvazione della legge che istituiva la circoscrizione estero: pensavo che finalmente anche noi residenti oltre-confine, potevamo partecipare alla vita politica del nostro Paese. Credevo nel grande sogno di Mirko Tremaglia che amava quell’altra Italia fuori dall’Italia. I risultati sono stati molto deludenti sia in termini di partecipazione, sia in termini di efficienza delle strutture preposte alla difesa del Made in Italy.

I patronati hanno contribuito in maniera determinante al deterioramento della partecipazione e della rappresentanza degli italiani all’estero. Costano 400 milioni di euro l’anno, hanno contabilità opache e servono molto spesso come trampolino di lancio per folgoranti carriere politiche dei loro dirigenti (il tutto a spese dei contribuenti).

A Zurigo la Inca-Cgil è stata di recente condannata dal tribunale elvetico per la truffa perpetrata dal funzionario Giacchetta ai danni di ignari pensionati che hanno perso i risparmi di una vita. Fino all’ultimo la Inca-Cgil ha tentato di negare la responsabilità oggettiva grazie anche all’omertà dei nostri eletti all’estero. Di Biagio (ex finiano, oggi Scelta Civica) e Micheloni (Pd) hanno saputo anche fare di peggio. Nella scorsa legislatura, non volendo colpire i patronati, loro azionisti di riferimento, sono riusciti a far passare una norma vergognosa che prevedeva un aiuto finanziario da parte del Governo per l’assistenza legale delle vittime del caso Giacchetta. Ma vi rendete conto dell’enormità della cosa? Il patronato sbaglia ed è il Governo italiano che ne paga le spese! In un Paese civile i deputati che hanno osato proporre un’oscenità simile sarebbero stati chiamati a rispondere del misfatto di tasca propria. Ma come non capirli? Cosa sarebbero i Di Biagio, i Micheloni, i Farina, le Garavini, i Caruso, senza i rispettivi patronati? Come avrebbero potuto raccogliere tante preferenze se non avessero fatto incetta di ignari pensionati a Stoccarda come a Berna, a Zurigo come a Chambery?

A che sono serviti i reiterati appelli per un voto pulito, responsabile? A nulla. A cosa sono serviti gli appelli alla trasparenza, alla selezione delle persone, ad una migliore rappresentanza che rendesse meno ridanciana la presenza degli eletti all’estero? A nulla. Come lamentarsi poi che i nostri eletti all’estero non sanno neanche parlare in italiano? Un conto è fare il funzionario di un patronato e fare il passacarte, un conto è fare il deputato…

E dei Comites, del Cgie, degli enti come Enit, Camere di Commercio estere, Ice, ne vogliamo parlare? A che servono se non a distribuire qualche medaglietta ad amici di amici? E degli Istituti italiani di cultura all’estero? Vogliamo fare un bilancio della loro attività comparandolo ai super-stipendi dei loro dirigenti?

Intanto faccio notare che la legge che introduce l’etichettatura obbligatoria e la tracciabilità dei prodotti tessili, della calzatura e della pelletteria, prevedendo pene e sanzioni per le aziende che producono false dichiarazioni circa la tracciabilità delle fasi di lavorazione è stata proposta non da uno dei nostri eletti all’estero a cui dovrebbe stare a cuore la difesa dei marchi italiani dalla contraffazione cinese, ma dall’ex capo-gruppo della Lega Nord Marco Reguzzoni a cui evidentemente stava a cuore la sorte delle decine di aziende che hanno dovuto chiudere i battenti a Prato come a Varese. La legge prevede che un prodotto possa avere l’etichetta Made in Italy se almeno due fasi della lavorazione sono state eseguite nel territorio nazionale.

E la difesa della lingua italiana contro l’uso dell’inglese nei contesti internazionali? L’hanno fatta Di Biagio, Picchi, Farina, Garavini? Ma per carità! Questa è una battaglia che conduce da anni Giorgio Pagano con l’Associazione Radicale Esperanto che ha di recente organizzato un convegno a Roma di cui ero tra i relatori.

In conclusione, cara Emma questo circo va smantellato. Per difendere l’interesse di pochi si penalizzano i più. Questo voto estero e queste strutture non ci servono. Se non si riescono a ripristinare condizioni minime di legalità e di decenza democratica, tanto vale sopprimere tutto.