Voto all’estero, Di Biagio (Pi) replica a Chiellino (Sole24Ore)

Pubblichiamo qui di seguito la replica del sen. Aldo Di Biagio (Per l’Italia) all’articolo apparso ieri sul blog del giornalista Giuseppe Chiellino concernente l’inutilità del voto nella ripartizione estero.

Gentile Chiellino,

      non si può restare impassibili dinanzi ad uno di quegli attacchi, che io considero ciclici, rivolti alla legge Tremaglia, alle rappresentanze parlamentari da questa legittimate e al ruolo stesso delle nostre comunità oltre confine. Fermo restando che ognuno è libero di avere le proprie idee e di elaborare delle proprie considerazioni, ma proprio in ragione del carattere estremamente delicato dell’argomento e della sua tendenza ad essere eccessivamente semplificato, ritengo doveroso delineare qualche riflessione che aiuti la comprensione del fenomeno.

Colpisce particolarmente che queste dichiarazioni siano sollevate da un residente oltre confine che però si limita a citare le sempreverdi questioni, che tanto appeal hanno a livello giornalistico: costi e illegittimità, mettendoci dentro anche un po’ di sano umorismo citando un ex eletto all’estero attualmente oggetto di gag satiriche.

Credo che questo quadretto oltre ad essere inveritiero e lacunoso, rischia seriamente di compromettere l’immagine dei nostri connazionali, che alle ultime consultazioni elettorali – pare giusto ricordarlo – hanno partecipato per oltre il 32% alle operazioni di voto. Un dato certo non entusiasmante, ma se si considerano i limiti organizzativi e funzionali della legge ed il fatto che ancora manca un meccanismo di aggiornamento degli iscritti Aire, si può comprendere perfettamente che la percentuale dei votanti sia significativa.

Quindi il desiderio di essere italiani e di partecipare attivamente alla vita del proprio paese è forte e sentito: basta girare tra i vari portali dedicati agli italiani nel mondo e ai social network per capirlo.

Il punto sul quale soffermarci non è quello di abolire la legge Tremaglia, anche perché considerando che oltre un milione di italiani hanno votato alle ultime consultazioni elettorali, si andrebbe a creare un palese vulnus democratico, ma quello di riformarla e farlo nel migliore dei modi.

Si parla del voto all’estero come di un sistema fallato, lacunoso non solo sotto il profilo organizzativo, ma normativo. Spesso si parafrasa il vecchio principio dei coloni americani alla vigilia dell’indipendenza quale quello del No taxation without representation, tramutato in no representation without taxation, come se si volesse forzare la presunta illegittimità della legge Tremaglia. Questo perché i connazionali vengono ancora etichettati come coloro che non pagano le tasse, dunque non degni di avere una rappresentanza.

Un principio che compromette anni di evoluzione legislativa del nostro Paese e soprattutto l’impalcatura stessa dello Stato di Diritto, in merito al quale dovremmo riflettere prima di commettere errori sull’onda dell’emotività.

Trascinare la legge Tremaglia in una deriva riformatrice rischia di creare un deprecabile vulnus democratico da cui l’Italia sembrava essersi emancipata proprio nel 2001. Non può sfuggire che la maggioranza dei connazionali paga imposte, a volte ingiustificabili, ad esempio l’Imu, la Tares, piccole abitazioni ancora possedute in Italia, unico e semplice legame con le proprie origini. Forse ci si dimentica che molti connazionali hanno un reddito assoggettato ad Irpef in Italia in virtù – talvolta – del tipo di lavoro svolto, quindi sono a tutti gli effetti contribuenti italiani. Quindi se non si inquadra con chiarezza e lucidità chi sono i reali destinatari di questo diritto, risulterà difficile capire gli sviluppi e le ipotesi di perfezionamento dello stesso.

Parlare di impossibilità di contatto tra eletto e cittadino sembra francamente un po’ esagerato: non si può considerare l’eletto come un soggetto a servizio di qualcuno, ma come una rappresentanza di una comunità. Questo per evidenziare che anche il mancato contatto fisico, che spesso non avviene nemmeno tra eletti in italia e proprie circoscrizioni di appartenenza, non debba essere considerato la conditio sine qua non della legittimità rappresentativa. Anche perché se l’eletto è a Roma ad operare in Parlamento, avrà qualche difficoltà a presenziare a Berlino, New York o Sidney. Ma l’evoluzione tecnologica colma anche questi limiti: i portali ed i social network si collocano ben oltre le distanze e rappresentano lo strumento di eccellenza di confronto tra eletto ed elettore di cui personalmente ne faccio un uso importante e quotidiano.

Non Le sfuggirà anche il fatto che gli eletti all’estero sono talvolta espressione della società civile, spesso quindi non emanazione di una esperienza o struttura politica, pertanto non si può neanche confondere la loro mancanza di esperienza come incompetenza, finendo per accomunare tutti al solito parlamentare oggetto di gag.

Un altro aspetto meritevole di approfondimento va ricercato nell’esigenza di non etichettare il lavoro dei parlamentari eletti all’estero come competenza del Mae. Questo è un pericoloso eccesso di semplificazione perché equivarrebbe da affermare l’inutilità dei parlamentari considerando la sussistenza dei provvedimenti ed iniziative del governo. Questo avvilimento del ruolo del parlamento si inserisce in un percorso di ridimensionamento del ruolo delle istituzioni che purtroppo questi ultimi anni di mala politica hanno alimentato. E forse non è colpa dei cittadini, né di quelli all’estero né di quelli in patria. Il confronto tra potere legislativo e potere esecutivo è il sale della democrazia: ed il perseguimento di questo obiettivo è garantito sul fronte della ripartizione estero, proprio dalla presenza degli eletti all’estero. E questo è un punto fondamentale della nostra analisi senza il quale perderebbe senso qualsivoglia ragionamento. Purtroppo, come accade anche in Italia, si preferisce etichettare il voto come inutile anche perché mossi da una diffusa spinta antipolitica. Ma non possiamo permetterci di confondere i due livelli.

Da un lato le difficoltà dello scenario politico, le delusioni maturate dai cittadini e l’incompetenza di qualche eletto, dall’altro il mantenimento di un diritto inderogabile conquistato dopo anni di battaglie parlamentari e di maturazione di una coscienza nazionale sull’emigrazione. Sovrapporre i due livelli è errato ed ingiusto nei confronti di quei connazionali che, malgrado tutto, portano con sè l’orgoglio di fare qualcosa per quel paese che considerano proprio, malgrado gli anni che sono trascorsi e malgrado il disinteresse che l’Italia spesso ha mostrato nei loro confronti.

L’attuale stagione delle riforme offre un’opportunità nuova: rivedere il ruolo del voto all’estero in una cornice normativa, sociale e storica nuova. Le proposte di legge, che anche io ho contribuito a sottoscrivere, si collocano proprio in questa direzione e la loro condivisione trasversale evidenzia in maniera chiara la volontà di operare il cambiamento pur mantenendo fede alla piena legittimità democratica del diritto. Oggi ci viene offerta una nuova possibilità per ripensare a questa magnifica esperienza di rappresentanza democrazia per i nostri connazionali e rimettere apposto i conti con la nostra storia e con la nostra emigrazione. Abbiamo l’obbligo di ripartire da questo per aprire una stagione nuova, dove il cittadino italiano, ovunque esso risieda, venga messo davvero al centro di ogni azione politica,  e per questo non possiamo lasciarci confondere dalle solite invidie, frustrazioni o accuse demagogiche che rischiano solo di sfaldare quanto di buono è stato fatto in anni di lavoro a tutela di un diritto che appartiene a me o al connazionale dell’articolo ma a tutti.

*senatore eletto nella ripartizione estera Europa