Sempre più laureati italiani scelgono di andare all’estero per lavoro

Il fenomeno dell’emigrazione per ragioni lavorative, tra i laureati, è tendenzialmente in crescita negli ultimi anni. L’ultimo rapporto AlmaLaurea conferma infatti un quadro occupazionale tuttora difficoltoso in Italia, pur rilevando, con esclusivo riferimento ai laureati ad un anno dal titolo, qualche timido segnale di ripresa: il tasso di disoccupazione figura infatti in leggera contrazione e le retribuzioni risultano in lieve aumento: è quanto si legge nel Rapporto italiani nel mondo 2015 curato dalla Fondazione Migrantes.

Il titolo di studio posseduto risulta più efficace per chi si è trasferito all’estero. L’indice adottato da anni da AlmaLaurea combina due elementi relativi alla corrispondenza tra titolo e professione svolta: l’effettivo utilizzo delle competenze acquisite all’università e la richiesta (formale o sostanziale) della laurea per l’esercizio del lavoro. In particolare, le differenze più consistenti tra i laureati impiegati all’estero e quelli occupati in Italia riguardano le prospettive di guadagno (7,4 in media contro 6,2 su una scala 1-10) e di carriera (7,4 contro 6,3), la flessibilità dell’orario di lavoro (7,7 contro 6,9) e il prestigio che si riceve dal lavoro (7,6 contro 6,8).

La rilevazione effettuata ad hoc da AlmaLaurea mette in evidenza che la gran parte (82%) degli intervistati ha trovato occupazione in Europa e un ulteriore 10% è invece oltreoceano, nel continente americano; marginali le quote di chi si trova in altre aree.

Regno Unito (16,5%), Francia (14,5%), Germania (12%) e Svizzera (12%) risultano i paesi europei più attrattivi per motivi di lavoro. I laureati di secondo livello dichiarano di essersi trasferiti all’estero principalmente per mancanza di opportunità di lavoro in Italia (38%) e, in subordine, per aver ricevuto un’offerta interessante (in termini di retribuzione, prospettive di carriera e competenze tecniche o trasversali meglio valorizzate) da un’azienda o un ente estero (24%). Che mobilità richiami mobilità è confermato dal 16% dei laureati che ha dichiarato di essere rimasto o tornato per motivi di lavoro nello stesso paese estero dove aveva compiuto un’esperienza di studio (Erasmus o simile, preparazione della tesi, formazione post-laurea, ecc.).

Un ulteriore 15% si è invece trasferito per motivi personali o familiari; infine, chi si è trasferito su richiesta dell’azienda presso cui stava lavorando in Italia ammonta al 7%. La prospettiva di rientro in Italia, nel medio termine (cinque anni), risulta modesta: il 42% dichiara che è molto improbabile a causa della grande incertezza rispetto al mercato del lavoro italiano. All’opposto, solo 1 su 9 è decisamente ottimista, ritenendo il rientro molto probabile; i restanti si dividono tra chi lo ritiene poco probabile (28%) e chi non è in grado di sbilanciarsi (18,5%).

L’analisi di Almalaurea mette in luce che si tratta di profili di alto livello, ovvero caratterizzati da performance di studio decisamente brillanti: il 72% ha conseguito la laurea con 110 o 110 e lode (il 28% tra i laureati); provengono da contesti familiari avvantaggiati (45% da famiglie con almeno un genitore laureato e 33% da famiglie abbienti, si tratta rispettivamente del 28% e del 22% tra i laureati). Inoltre, il 55% ha maturato esperienze di ricerca tra il conseguimento della laurea e l’inizio del dottorato ma, nonostante questo, il 51% consegue il titolo entro i 30 anni. Il 37% dei dottori ha passato un periodo di ricerca all’estero di almeno un mese (restano esclusi convegni, project meetings, ecc.): più nel dettaglio, il 22% vanta un periodo fra 1 e 6 mesi, il 15% oltre 6 mesi. Tutto ciò nonostante per 83 dottori su 100 l’esperienza all’estero non fosse obbligatoria (seppure con alcune interessanti differenze in termini di area disciplinare; l’obbligatorietà è infatti più consistente nelle aree umanistico-sociali). Sono prevalentemente i dottori di Scienze di base (ovvero scienze matematiche, chimiche, fisiche e scienze della terra, 18%), di Scienze umane (17%) e Ingegneria (16%) ad aver sperimentato periodi più lunghi di soggiorno all’estero (superiori ai 6 mesi).

Ma cosa accade in termini occupazionali? All’aumentare del titolo di studio aumenta il tasso di occupazione: infatti, se per i laureati magistrali il tasso di occupazione è del 70%, per i dottori di ricerca è prossimo al 90%, ad un anno dal titolo. Se si considerano solo i cittadini italiani, il 90% dei dottori di ricerca risulta occupato in Italia, mentre il 10% lavora all’estero. Si osserva anche in questo caso una maggiore mobilità dei dottori rispetto ai laureati per motivi di lavoro oltre che per motivi di studio (si ricorda che la quota di laureati magistrali ad un anno dal titolo occupati all’estero è pari al 5%). I dottori che lavorano all’estero ad un anno dal titolo sono, prevalentemente, uomini, più giovani e provengono da contesti familiari più favoriti.

A conferma che mobilità porta mobilità, decidono di trasferirsi all’estero soprattutto i dottori di ricerca in Scienze di base (18%) e Ingegneria (11%); per le altre macroaree i valori sono inferiori al 9%, addirittura si riducono al 6% nell’area in Scienze economico-giuridico-sociali. Il ramo di attività economica in istruzione e ricerca, coerentemente con gli studi dottorali compiuti, è il prevalente; resta pur sempre vero che all’estero è assorbito da tale settore il 55% dei dottori, 12 punti percentuali in più rispetto a quanto osservato in Italia. Ciò è vero in particolare per i dottori di ricerca di Scienze di base e di Ingegneria. Ad un anno dal dottorato ben 52 dottori su 100 risulta occupato all’estero come ricercatore o docente universitario, senza particolari differenze per macroarea, contro i 21 dottori su 100 osservati in Italia.