Se gli italiani all’estero vengono considerati un peso e non una risorsa – di Giorgio Brignola

Quasi quattro milioni. Questo numero non è la soluzione di un problema. E’ il problema. Rappresenta il numero dei connazionali che vivono oltre confine. La maggioranza in Europa. Quando si scrive di italiani all’estero, e non si fa mai a sufficienza, si inseriscono nel contesto aspetti economici, etnici e politici. Mancano, però, concreti segnali d’interventi specifici che, invece, sarebbero necessari.

Indubbiamente, anche la nostra emigrazione ha mutato le sue motivazioni. Oggi, gli italiani all’estero sono maestranze qualificate e ben preparate per assumere uno specifico inserimento nel Paese ospite. Anche il profilo burocratico, che è stato per lungo tempo una spina nel fianco ai numerosi flussi migratori, si è obiettivamente evoluto. Soprattutto in UE. I tempi delle valige di cartone e dei treni della speranza fanno parte di periodi arcaici correlati al flusso di genere umano dentro e fuori i confini d’Europa.

Però, anche se l’emigrazione si è modernizzata, essa resta ancora presente e richiede una più diretta attenzione. Gli italiani all’estero, che prima erano una “risorsa”, oggi sono sin troppo considerati un “peso”. Pur se l’Italia non è più il Paese dei “Passaporti Rossi”, i nostri connazionali all’estero dovrebbero essere maggiormente garantiti in Patria. Il Bel Paese, anche nella crisi socio/economica che l’ha impoverito, dovrebbe adoperarsi per mantenere la loro cultura e favorire le loro aspirazioni; soprattutto all’interno dei confini nazionali. Dopo aver riconosciuto il diritto di voto politico, attivo e passivo, e quello referendario, ci sono ancora troppi aspetti della realtà nazionale che non prevedono la fattiva partecipazione degli italiani che vivono altrove.

Ora sono le maestranze più qualificate a lasciare, magari con contratto di lavoro in tasca, la Penisola. Secondo la “National Science Foundation”, in questi ultimi sei anni, sono stati centinaia, migliaia gli ingegneri, con le più disparate specializzazioni, che hanno fatto rotta anche per il Nuovo Mondo. Quindi, l’Italia continua a perdere personale più che qualificato e resta campo di lavoro per i cittadini extracomunitari che, per motivi della nostra atipica crisi economica, hanno sempre maggiore difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e una sistemazione per le loro famiglie.

Il problema del lavoro, da qualunque aspetto si consideri, resta di difficile soluzione. I cicli produttivi industriali sono rallentati e i tempi migliori sembrano non arrivare. L’Italia potrebbe essere considerata come una grande realtà per tutti. Se fosse bene amministrata, potrebbe dare utili non indifferenti. Ipotesi ancor più percorribile proprio per la presenza di una UE che dovrebbe avere comuni interessi da tutelare. Per tentare d’andare oltre la crisi, che non è solo nazionale, si dovrebbe puntare ad attività a largo respiro. Con una duplice finalità: migliori investimenti territoriali di tipo comunitario e impiego delle qualità specialistiche in Patria.

Il problema, ben lo comprendiamo, è assai complesso, ma merita una soluzione. Ora più proponibile che per il passato. La ripresa non è dietro l’angolo, ma è anche prevedibile che vi si possa collocare. Se fossimo realmente convinti che i problemi d’Italia possano essere anche quelli d’Europa, la crisi interna del Paese andrebbe a segnare il passo. Invece, nonostante le apparenze, esiste sempre un complesso di Paesi UE che “dirigono” l’economia ed altri che, purtroppo, la subiscono. L’Italia è tra questi.