Referendum costituzionale, riforme e antirenzismo

Questa è una riforma che fa bene all’Italia ma che non piace ai partiti, perché toglie loro soldi e poltrone. Renzi ha sbagliato a personalizzare il referendum, ma mi auguro che vinca il Sì. Buttare a mare una riforma lungamente attesa, sostanzialmente migliorativa, magari in futuro riformabile in base all’esperienza, significherebbe mantenere il sistema attuale, lento, complicato, favorevole ai ribaltoni e agli ostruzionismi di mestiere

Sono ormai diversi mesi che il dibattito sulla riforma costituzionale e sulla legge elettorale approvate entrambe dal parlamento si è fatto caldo e addirittura rovente. Come noto, la prima riforma, in base alla Costituzione vigente, sarà assoggettata a un referendum confermativo che si terrà il 4 dicembre prossimo, mentre la legge elettorale, essendo approvata con legge ordinaria, è già in vigore. Cioè, se si dovessero tenere le elezioni domani mattina la legge elettorale per la Camera dei Deputati sarebbe il cosiddetto Italicum, del quale peraltro si discute di possibili modifiche per correggere certe asserite contraddizioni o meglio certe concentrazioni di potere che risulterebbero dalla combinazione con la nuova Costituzione. (…)

Per quanto riguarda la Costituzione, ho già espresso la mia propensione per il SI, motivandola sull’analisi delle singole modifiche agli assetti attuali, a mio parere nettamente migliorative. Ad esempio non c’è chi non sia d’accordo sulla riduzione del numero dei senatori, con conseguente taglio anche delle spese amministrative, del personale, delle remunerazioni, come non credo ci sia nessuno che sia favorevole al mantenimento del CNEL, ente misterioso di cui pochi fra noi conoscevano l’esistenza. L’abolizione delle Amministrazioni Provinciali, enti intermedi fra Comuni e Regioni, con scarse competenze ma costi elevati, dovrebbe altresì essere condivisa.

L’abolizione del bicameralismo prioritario, con forti limitazioni delle competenze del Senato, va incontro a un’esigenza di semplificazione e velocizzazione del processo legislativo, comune alla quasi totalità delle democrazie occidentali e, fino a poco tempo fa, auspicata anche da molti che oggi l’avversano.

La profonda riforma del Titolo V, già oggetto di una criticata e sostanzialmente maldestra revisione da parte del Centrosinistra nel 2001, era assolutamente necessaria, visti i conflitti di competenza e il diffuso contenzioso di questi anni fra le regioni e lo stato e consente molte semplificazioni burocratiche per i cittadini in vari campi, come la sanità, i trasporti, l’ambiente, i rapporti internazionali e altro.

costituzione sinoMi è capitato di ascoltare le motivazioni di alcuni cittadini del NO interpellati dalle televisioni e anche direttamente, ma, come si dice, mi sono cadute le braccia, perché in maggioranza rispondevano che non ne sapevano nulla o scantonavano parlando della mancanza di lavoro, delle troppe tasse, del bullismo di Renzi. Del resto, anche gran parte degli esponenti della variegatissima schiera degli oppositori tende a personalizzare la contesa, approfittando a man bassa dell’errore commesso dallo stesso Renzi all’inizio della campagna, poi tardivamente corretto.

Un argomento ricorrente è quello che la riforma faciliterebbe una possibile deriva autoritaria del nostro sistema grazie al depotenziamento del Senato, all’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali, alle corsie più rapide per le leggi d’iniziativa governativa eccetera. Molti di costoro erano e sono favorevoli al presidenzialismo all’americana o alla francese, dove il contenuto di autoritarismo e di accentramento del potere è ben più consistente. Io non ne vedo proprio i presupposti.

Perfino il timore espresso dal professor Zagrebelski sulla creazione di una oligarchia di potere, non mi pare abbia senso. Del resto è stato recentemente smontato da Eugenio Scalfari che gli ha fatto notare che le oligarchie, anche nelle democrazie, esistono anche adesso. Sono i partiti, i sindacati, le classi dirigenti. Qual è l’impresa, anche piccola, che può funzionare senza dirigenti? Figuriamoci la cosa pubblica. L’importante è il ricambio, la possibilità di mandarli a casa, il controllo popolare.

Conclusione: buttare a mare una riforma lungamente attesa, sostanzialmente migliorativa, magari in futuro riformabile in base all’esperienza, significherebbe mantenere il sistema attuale, lento, complicato, favorevole ai ribaltoni e agli ostruzionismi di mestiere. Inoltre, nessuno nasconde più il vero scopo che le opposizioni si prefiggono: cacciare Renzi e il suo governo, per sostituirlo con quale maggioranza? Mistero.

Giacomo Morandi