Quanti sono in Italia i “sex workers”?

Le cifre evidenziate sono assolutamente altisonanti: le stime parlano di circa 120.000 sex workers, una cifra superiore a quella di molte altre categorie di lavoratori autonomi ufficialmente riconosciute

Si dice che sia il mestiere più antico del mondo, quello presente in qualsiasi società, tuttavia quella dei “sex workers”, da intendersi come lavoratori e lavoratrici che riescono a sviluppare dei redditi vendendo erotismo, è una categoria decisamente sottovalutata nel nostro Paese, se non del tutto ignorata.

Come si può facilmente immaginare, sono soprattutto le donne a rientrare nella categoria dei “sex workers”, d’altronde in ogni città si possono trovare svariati portali come www.torinoerotica.com in cui è possibile trovare centinaia e centinaia di escort, ma non bisogna trascurare gli uomini, che si ritiene stiano divenendo sempre più numerosi.

Quanti sono i sex workers in Italia?

Lo scorso giugno, in occasione dell’International Sex Workers’ Day, il blog EA Insights ha dedicato un intero articolo a questa questione, il quale può essere letto integralmente a questo link.

Secondo quanto evidenziato, quella dei sex workers è con ogni probabilità la categoria di lavoratori autonomi più diffusa in assoluto nel nostro Paese, anzi è più opportuno dire “sarebbe”, dal momento che questi lavoratori sono pressoché ignorati dalla legge.

Le cifre evidenziate sono assolutamente altisonanti: le stime parlano di circa 120.000 sex workers, una cifra superiore a quella di molte altre categorie di lavoratori autonomi ufficialmente riconosciute, basti pensare che i farmacisti sono 98.770, i geometri 84.202, i commercialisti 68.552, gli psicologi 61.068.

Particolarmente significativo è il confronto con gli infermieri: dal momento che quest’ultimi sono 73.569, si può affermare che per ognuno di questi professionisti esistono, in Italia, quasi 2 sex workers.

La situazione legale relativa ai sex workers in Italia

Secondo la legge italiana, la prostituzione non è reato, lo è bensì il relativo sfruttamento, è probabilmente anche per questa ragione se i sex workers sono considerati una sorta di tabù, una figura difficile da accettare a livello sociale e soprattutto lavorativo.

Chi opera in questo settore, infatti, non può usufruire di tutela alcuna: non è possibile aprire una partita IVA, dal momento che non esiste alcun codice ATECO ascrivibile alle professioni dell’eros, non è possibile versare dei contributi nelle casse previdenziali e, di conseguenza, non si può godere di alcuna tutela e di ammortizzatori sociali di alcun tipo.

Vista la particolarità della professione, ovviamente, pare evidente che una piena regolamentazione a livello lavorativo saprebbe garantire anche una maggiore sicurezza alle lavoratrici e ai lavoratori dell’eros, un aspetto, questo, che merita tutta l’attenzione del caso.

A ciò, ovviamente, si associa anche l’aspetto economico: dal momento che, secondo le stime di EA Insights, le donne e gli uomini che operano in questo settore vantano complessivamente milioni di clienti, il ritorno per l’Erario sarebbe davvero importante e soprattutto lavoratrici e lavoratori, versando regolarmente tasse e contributi, vedrebbero più tutelata la loro posizione usufruendo regolarmente degli strumenti di welfare che spettano alle altre categorie di lavoratori autonomi.

Una maggiore regolamentazione garantirebbe molteplici vantaggi

Al di là degli aspetti etici, su cui ognuno, ovviamente, è libero di avere la propria idea, non c’è alcun dubbio sul fatto che la maggiore regolamentazione di tali professioni possa garantire diversi giovamenti, sia ai sex workers stessi che all’intera collettività.