Quando i migranti eravamo noi – di Emanuele Esposito

Parlare di immigrazione senza scadere nella facile retorica sembra impossibile oggi come oggi. Ma proviamo a guardare le foto dei nostri nonni che cercavano una seconda possibilità in America, in Svizzera, in Africa, in Australia, in Nuova Zelanda. Dal 1861 al 1985, 29 milioni e 36mila italiani emigrarono in altri paesi; poco più di 10 milioni di questi fecero ritorno in patria, mentre quasi 19 milioni restarono all’estero.

Eravamo poveri, disperati, soli. Esattamente come loro. Anzi no, loro non hanno nessuna scelta, la loro casa è una condanna a morte certa. Riflettiamo, interroghiamoci, riguardiamo la storia (anche se noi essere umani sembriamo incapaci di imparare dai nostri sbagli). E poi ognuno decida, con la massima libertà intellettuale, come considerare un “migrante”: se nemico, risorsa o semplicemente qualcuno da salvare.

Ogni famiglia italiana sa di avere avuto qualcuno che ha cercato di "fare fortuna" all’estero. Un secolo fa l’ignoranza e la scarsa circolazione delle informazioni, facevano crescere i sentimenti di diffidenza, fino a renderli atti di razzismo. Credo che un poveraccio che era andato con la valigia di cartone e pochi vestiti in America, potesse osservare norme igieniche molto approssimative, un po’ come quei migranti che vivono appoggiandosi a strutture fatiscenti e si devono confrontare con la diffidenza di molti. Tra gli italiani c’erano anche quelli che esportarono la mafia, come tra i moderni migranti possono esserci dei delinquenti. Sta ad una società che si dice civile sapere distinguere gli uni dagli altri.

Da una relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Usa, ottobre 1912 sugli immigrati italiani: «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano anche perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno e alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi o petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti fra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro».