Papa Francesco e l’amichevole Italia-Argentina – di Marco Basti

Le nazionali di calcio d’Italia e d’Argentina tornano ad affrontarsi all’Olimpico di Roma. La partita di oggi sarà speciale, perché organizzata in omaggio al Papa. L’idea è venuta al ct della nazionale italiana, Cesare Prandelli, poco dopo l’elezione al soglio di Pietro, quando ha saputo delle origini italiane – piemontesi e genovesi – dell’arcivescovo di Buenos Aires arrivato in Vaticano “chiamato dalla fine del mondo”, come disse il Pontefice nel suo primo saluto ai fedeli raccolti in Piazza San Pietro.

Papa Francesco è argentino al cento per cento, proprio perché discendente di italiani. Per spiegare questo sentimento di essere argentini “doc”, noi argentini di origine italiana al Plata, amiamo ricordare la battuta fatta dall’argentinissimo scrittore Jorge Luis Borges, che diceva di non sentirsi completamente argentino perché nessuno dei suoi avi era italiano.

L’identità dell’argentino di origine italiana, l’“argentano”, di cui ha scritto due settimane fa Walter Ciccione, ha svegliato un grande interesse specialmente tra i discendenti di italiani che hanno letto l’articolo nella sua versione in spagnolo. (…)

Tornando alla partita, il Papa ha detto ieri ai giocatori delle due nazionali, che non saprebbe per chi tifare. Diplomazia da una parte, ma anche un sentimento che hanno provato spesso gli italiani in questo Paese e – in misura minore – i loro figli. Il tifo calcistico in fondo non ha importanza, non è una dimostrazione di amore alla patria, è solo calcio, è solo uno spettacolo. E’ pure vero che in genere in Argentina questa visione idilliaca non è condivisa. Una delle caratteristiche degli argentini (o almeno così le considera il mondo) è la voglia di vincere costi quel che costi, anche se per farlo bisogna infrangere qualche regola. Di questo c’è stata una simpatica dimostrazione ieri nella Sala Clementina, quando i calciatori italiani hanno mantenuto la fila per salutare uno ad uno il Papa, mentre gli argentini, rotta la fila, si sono messi tutti attorno a Francesco, il quale non ha lasciato scappare l’occasione per farlo notare: “Qui in Vaticano mi rimproverano che sono indisciplinato, ma avete capito da che popolo vengo?”. 

Noi, italiani e argentini, molto simili e molto diversi, abbiamo alle spalle una storia di oltre duecento anni di ampi e profondi legami, di sangue e di cultura, che pochi paesi al mondo possono vantare. Qualche giorno fa l’amb. Bernardino Osio, ex ministro consigliere nell’Ambasciata italiana a Buenos Aires, scriveva a Sergio Romano del Corriere della Sera, prendendo lo spunto dalla vicenda del monumento a Colombo, per lamentare le tante occasioni mancate nei rapporti tra l’Argentina e l’Italia. Romano ha concluso la sua risposta a Osio riportando una frase che ripeteva un altro ex ambasciatore italiano in Argentina, Ludovico Incisa di Camerana, che sui legami fra i due popoli e per i rapporti bilaterali fece e scrisse tanto: “Il popolo italiano e quello argentino hanno grandi virtú, ma quando cercano di fare insieme qualcosa d’importante hanno una irresistibile tendenza a sommare i loro difetti piuttosto che le loro qualitá”.

Nel dibattito che ha proposto Ruscica, gli “argentanos” si sono inseriti a giusto titolo. “Chi fuor li maggior tui?”, domanda Farinata degli Uberti a Dante nel Canto X dell’Inferno. Chi furono i tuoi avi?, i tuoi genitori? Ma anche, sai da dove vieni? Sai cosa significa, nel nostro caso, essere discendente di italiani? Sarebbe un bene se i figli e nipoti conoscessero bene da dove vengono e cosa hanno fatto i loro nonni, bisnonni e genitori italiani in questa terra argentina. Sarebbe un bene, prima di tutto, per l’Argentina.

L’augurio è che l’amichevole di questa sera “sia veramente un’amichevole”, come ha chiesto il Papa italo-argentino, e che possa servire anche per far riflettere qualcuno sulle proprie radici.