No riforme, sì a una nuova Costituzione. Meno Stato, più libertà – di Andrea Di Bella

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Imu sulla prima casa, cassa integrazione in deroga e taglio delle indennità. Sono questi i primissimi provvedimenti bandiera del governo Letta, trainato dal Popolo della Libertà verso la strada delle riforme istituzionali. E’ indubbiamente la vittoria di Silvio Berlusconi, anche se non si può ancora parlare di abolizione della tassa sulle abitazioni. Si parla di “sospensione”, infatti, e non di annullamento del balzello da 4miliardi. Tanto per intenderci, quegli stessi 4miliardi che furono poi consegnati (dal governo di Mario Monti) nelle mani dei signori di Monte Paschi di Siena, per salvarla, all’indomani dell’incasso dei proventi dati dall’Imu. Ma è necessariamente questo quello di cui necessita il Paese? E’ questo genere di riforme che l’esecutivo dovrebbe discutere? Con buona pace dei sostenitori della prima ora del governissimo, continuare a pensare che l’Italia abbia bisogno di “riforme strutturali” – senza specificare quali e quante – è il modo migliore per mantenere l’attuale statica condizione italiana. Questo Stato si trascina da decenni, ormai, con una burocrazia nuova che alla vecchia si sovrappone inesorabile, senza concedere nuove possibilità. Costringendo migliaia di intelligenze ed eccellenze di ogni condizione e settore ad andare via. Non è un’Italia giusta questa, converrete.

Lo Stato Italiano si regge su cinque livelli di governo, blindatissimo nelle sue componenti di sottogoverno che garantiscono posizionamento, potere e danaro. Abbiamo una magistratura a tratti eversiva la cui parte minoritaria – ma decisamente influente – mira a destabilizzare il quadro politico del Paese innescando uno scontro frontale tra poteri dello Stato. Impensabile in Francia, figuratevi negli Stati Uniti. E abbiamo una sanità che costa tanto, troppo, che dovrebbe verosimilmente fronteggiare a dovere ogni esigenza assistenziale del cittadino-utente. Sappiamo bene che non è così. E a tutto questo si è fin troppo abituati.

Troviamo del tutto normale che una emergenza di governo sia il rinnovo delle cassa integrazione, sistema mirato all’esclusivo desistere dal sopprimere società e ditte ormai agonizzanti, che verosimilmente non si risolleveranno mai; o ad assistere all’inverosimile disoccupati che quasi mai troveranno ancora lavoro. E lo Stato li mantiene, per anni. Da un lato si sponsorizza il lavoro, quello teorico. Dall’altra parte lo ammazzano il lavoro, quello pratico, quello vero. Ammazzano l’impresa e la produttività vessate da un’oppressione fiscale indicibile. Così non va.

Non servono le riforme. Servono le liberalizzazioni. Ma non come ci ha insegnato Pierluigi Bersani con la sua porcheria al ministero dello Sviluppo. Quello che tutti conosciamo come “Decreto Bersani” ha causato più danni che altro: se non fosse stato per l’abolizione della tassa sulle ricariche telefoniche, l’esperienza biennale nel governo Prodi dal 2006 al 2008 non sarebbe stata nemmeno ricordata. Non liberalizzazioni, ma libertà. Neanche mezzo secolo di cosiddette riforme, con l’attuale sistema, riusciranno a modernizzare a dovere l’Italia. C’è da riscrivere da capo la Costituzione. Chiamatela pure in un altro modo, ma cambiatela. Affrontate la questione con le forze produttive del Paese, lasciate fuori quelle sindacali, vero cappio al collo di economia e industria. Si coinvolgano le associazioni di categoria, i club service, le proloco, le amministrazioni locali, il mondo produttivo, della cultura e delle professioni. Fisco, Giustizia, forma di Governo, Sicurezza. Pronto il testo, mandate al diavolo l’attuale legge fondamentale dello Stato. L’unico modo per resettare l’Italia (e per non trovare in uno come Beppe Grillo alcuna attrattiva né ideale né politica) è resettare il metodo con cui la si governa. E via da questa Europa, se necessario. Fantapolitica? Forse sì. Forse.