Marò italiani all’estero, Bonino: ‘errori fin dall’inizio. Ora arbitrato internazionale’

Nella vicenda che riguarda i due marò italiani detenuti in India ci sono stati "troppi errori, fin dall’inizio". E’ questa la posizione ribadita in un’intervista alla Stampa dall’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino. "Provo un certo orgoglio – dice – mio e dei compagni radicali senatori e deputati, per essere stato l’unico gruppo che votò contro la legge La Russa sulle regole d’ingaggio". E spiega: "L’idea che mettere mezzi e corpi dello Stato su navi private senza avere chiarito la linea di ingaggio e di comando era un errore. E così infatti è stato: un errore che ha dato il via a una serie di altri errori e che ci ha portato fino alla situazione attuale".

Entrando nel dettaglio del caso che riguarda i nostri fucilieri di Marina, “penso che sia il momento di attivare l’arbitrato internazionale, e ricordo che all’inizio era molto osteggiato da altri corpi dello Stato", sottolinea Bonino, che nell’intervista smentisce anche la teoria di chi sostiene che attivare la strategia dell’arbitrato internazionale porti a una chiusura dei negoziati dietro le quinte: "A me sembra l’inverso: in primo luogo avrebbe de-politicizzato la situazione, e poi vorrei anche ricordare che i trattati e i tribunali internazionali esistono proprio per dirimere questo genere di situazioni. Quanto al negoziato, se dopo tre anni non si arriva ad ottenere un capo di imputazione, è evidente che qualcosa non ha funzionato".

"Certo, il ricorso all’arbitrato è un procedimento lungo – prosegue – ma se non si comincia mai allora diventa ancora più lungo. Noi avevamo lasciato un rapporto praticamente pronto e il ministro Mogherini e il ministro Pinotti avevano annunciato in aula il 14 aprile che il ricorso all’arbitrato internazionale sarebbe stato avviato. Mi sembrava la strada giusta da intraprendere per uno Stato di diritto. Dopodiché evidentemente sono stati fatti altri ragionamenti o ci sono stati altri contatti, che ignoro, ma continuo a ritenere che ricorrere all’arbitrato internazionale non sia affatto da leggere come un dato di aggressione. Lo dimostra il fatto che si tratta di una strada intrapresa da tantissimi Paesi".