MARCINELLE | 65 anni dalla tragedia in cui morirono 262 minatori: 136 erano italiani

L'8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d'invio 975 del pozzo d'estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia

Era l”8 agosto del 1956 quando 262 uomini (tra loro 136 italiani) morirono intrappolati sottoterra a Marcinelle, in una delle più grandi tragedie del lavoro che la storia ricordi. Sessantacinque anni dopo la Cgil di Perugia, che coltiva da tempo un rapporto di collaborazione e amicizia con le comunità di lavoratori umbri emigrati in Belgio, vuole continuare ad alimentare la memoria di quel terribile evento, creando un ponte con l’Umbria e in particolare con un’altra miniera, quella di Morgnano di Spoleto, teatro anch’essa di un disastro sul lavoro nel quale persero la vita 23 minatori il 22 marzo 1955. Per creare questo incontro la Camera del Lavoro provinciale ha organizzato un’iniziativa online per domenica 8 agosto con inizio alle ore 10 (pagina Facebook Cgil Umbria) che vedrà collegamenti e interventi da Morgnano di Spoleto, con la testimonianza di uno dei pochi ex minatori ancora viventi, Gualdo Tadino (sede del museo dell’emigrazione), Perugia (Università per Stranieri) e Marcinelle, dove Eleonora Medda, coordinatrice del patronato Inca Cgil del Belgio, racconterà le celebrazioni ufficiali che si svolgeranno proprio domenica. ”Il valore del lavoro e della vita va oltre il tempo – spiega Filippo Ciavaglia, segretario generale della Cgil di Perugia – e la memoria si lega anche all’attualità. Quelle della sicurezza sul lavoro e delle migrazioni sono infatti due grandi sfide assolutamente aperte. Ma capire la nostra storia – conclude Ciavaglia – è la base per costruire un futuro migliore”.

L’8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L’interminabile attesa dei familiari continua in ogni modo fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole: “Tutti cadaveri”.

La tragedia di Marcinelle rievoca anni bui della storia. Dopo la Liberazione, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare, la Polonia non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato).

In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines’: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi convenienti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger’ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale. La più pericolosa di queste è la silicosi, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi nei polmoni, crea insufficienze respiratorie.