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L’ANALISI DI DARIO RIVOLTA | Da Gorbaciov a Harris: il conformismo dei giornalisti

Moltissimi erano stati felici quando fu annunciata la Perestroika e l’apparire della Glasnost sembrò ai più l’inizio di una grande trasformazione in senso liberale della politica e della società…

di Dario Rivolta
mercoledì 21 Agosto 2024
in L'OPINIONE
Giornalisti

Giornalisti Image by © Kate Kunz/Corbis

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Nella seconda metà degli anni ‘80 ebbi occasione di trovarmi frequentemente in Unione Sovietica per motivi di lavoro. Avendo a che fare con il settore delle televisioni, i miei interlocutori erano spesso artisti, registi, giornalisti e anche politici di vario livello. Potei così constatare come un iniziale e forte sostegno verso Gorbaciov si andava trasformando in una ostilità popolare nei suoi confronti, diffusa e sempre più marcata.

Moltissimi erano stati felici quando fu annunciata la Perestroika e l’apparire della Glasnost sembrò ai più l’inizio di una grande trasformazione in senso liberale della politica e della società. Ben presto tuttavia la gente cominciò a rendersi conto che le intenzioni di Gorbaciov non erano quelle di trasformare il Paese in modo radicale, bensì di cercare di effettuare un qualche maquillage, utile o forse indispensabile per salvare il potere del PCUS e consentirgli di “passare la nottata”.

Nonostante la crescente impopolarità di Michail Gorbaciov tra i suoi concittadini, chi si fosse informato attraverso la stampa europea (anche tutta quella italiana) avrebbe immaginato di trovarsi di fronte ad un politico intelligente, coraggioso, lungimirante e fortemente amato dai suoi. In realtà chiunque avesse potuto avere in Russia contatti non ufficiali e capisse un po’ di politica e di psicologia sociale avrebbe capito che il sistema era al collasso, che Gorbaciov non era più, se mai lo fosse stato, in grado di dirigerlo e che, man mano che ci si avvicinava alla fine del decennio, lui stava diventando ciò che in politica si definisce un “cadavere ambulante”.

Quando effettuò una visita ufficiale in Cina incontrò tra gli altri Deng Xiao Ping, che in privato lo definì poi “un idiota”. L’ex presidente statunitense Nixon, di cui si può dire tutto ma non che non capisse di politica, tornando da Mosca si mise a fare una campagna pro Eltsin, considerando Gorbaciov inadeguato.

Ai veri addetti ai lavori tutto ciò sembrava evidente, ma i giornalisti occidentali (e quasi tutti i politici europei che conoscevano l’Unione Sovietica solo attraverso ciò che leggevano) continuavano a esaltare Gorbaciov. Di più, dopo la sua caduta, iniziarono a denigrare Eltsin, troppo “russo” e meno accattivante. Tacquero anche della molto probabile complicità del vecchio presidente nel colpo di Stato, organizzato solo ufficialmente contro di lui ma fortunatamente fallito proprio grazie a Eltsin.

Durante l’ultimo anno in cui Gorbaciov fu a capo dell’URSS mi capitò di incontrare all’aeroporto di Mosca Demetrio Volcic, corrispondente RAI da diversi anni proprio da quella capitale. Avvicinatolo, gli chiesi come fosse possibile che un giornalista esperto come lui, perfettamente padrone della lingua russa e abitante quel Paese da molti anni continuasse nelle sue corrispondenze televisive ad esaltare la figura e l’azione di un uomo evidentemente inadeguato al compito che la storia gli aveva dato, e comunque vicino alla propria fine politica. Ecco cosa mi rispose: “Io devo dire ciò che a Roma piace e si aspettano”. Fui allibito, ma apprezzai la sua sincerità. Oggi quell’atteggiamento, apparentemente strano per la supposta deontologia giornalistica, potrebbe aiutarci a spiegare da cosa sono motivate alcune corrispondenze dall’estero o le chiacchere di opinionisti, o pseudo tali, sempre concordi tra loro. Mi riferisco sia ai servizi giornalistici riguardanti le varie aree di crisi (Ucraina, Medio Oriente, Taiwan), sia a quanto ci si dice sui candidati delle prossime elezioni statunitensi.

Partiamo dall’ex-candidato Joe Biden. Fino a quando, complice un penoso dibattito televisivo, la sua senilità intellettuale non fosse diventata così evidente da essere innegabile, quasi tutti i media italiani (ed europei in genere) ce lo dipingevano come un presidente virtuoso e soprattutto amico dell’Europa. La sua auspicata ri-vittoria sembrava essere l’unico baluardo contro la barbarie autoritaria dell’”anti-democratico” Donald Trump e ci si strappava i capelli nel pensare che avrebbe potuto perdere.

Era normale che tutte le sue precedenti battute fuori luogo, i suoi errori geografici, le sue confusioni storiche, i tanti strafalcioni non avessero alcuna influenza nell’immaginarlo presidente della più grande potenza mondiale per altri quattro anni? E i validi giornalisti, alcuni dei quali residenti negli USA, è possibile che non ricordassero come da senatore non si distinse particolarmente per intelligenza o lungimiranza (pur essendo diventato presidente della Commissione esteri, organo solitamente piuttosto potente) e fosse un vice-presidente quasi insignificante?

Perché, da presidente che spinge per l’Ucraina nella NATO, nessuno gli ha ricordato quando negli anni ’90 sosteneva che allargare la stessa verso est sarebbe stato un errore, poiché avrebbe causato una possibile reazione violenta russa? Come mai nessuno dei nostri giornalisti investigativi non ha fatto luce sui suoi coinvolgimenti economici personali (da vice presidente) con l’Ucraina? E perché non si è parlato, se non di striscio, sulle prebende copiose che suo figlio Hunter riceveva da quel paese senza fare praticamente nulla?

Comunque, si sottolineava, lui era quello dell’”America is back” che, a differenza del “nemico” Trump, riconfermava che gli USA tornavano ad essere amici dell’Europa. Tanto amici da varare due leggi, l’IRA (Inflation Reduction Act) e il CHIPS and Science Act del 2022, che penalizzano i prodotti europei se le nostre aziende non spostano parte della loro produzione negli USA. Trump, il troglodita, ci aveva minacciati di non considerare più valido l’art.5 della NATO se ogni stato alleato non avesse provveduto a destinare almeno il 2% del PIL per l’acquisto di materiali per la difesa.

Ovviamente, visto il ruolo NATO e la necessità di omogeneizzare gli armamenti, la maggior parte di questa spesa sarebbe dovuta finire ai produttori di armi americane. Ebbene, Biden (e prima di lui Obama) è sempre stato più gentleman e meno tranchant del tycoon dai capelli tinti e non usa i suoi modi e le sue parole, ma qualcuno ha forse dimenticato che le loro richieste erano e sono le stesse di Trump in merito al 2%? La differenza può stare nei modi e nei toni, ma mai nella sostanza. Sia che le elezioni presidenziali siano vinte dai democratici o dai repubblicani noi dovremo cominciare (finalmente) a pensare che la nostra difesa dovrà essere garantita soltanto da noi perché, di là dalle dichiarazioni, gli USA non possono far fronte da soli a tre aree di crisi contemporaneamente.

Perché coltivare un’illusione? È naturale che ogni Paese persegua il proprio interesse e, quando si tratta di una grande potenza dominante, questo interesse può assumere anche una forma molto spregiudicata. Biden e la sua amministrazione, nonostante una enorme macchina di pubbliche relazioni a loro favorevoli, non sono diversi. E non è un caso che dopo la distruzione del North Stream 1 e 2, che ha messo in ginocchio l’economia tedesca, gli Stati Uniti siano diventati i maggiori fornitori di gas del nostro continente (a prezzi molto più alti di quanto l’Europa pagava alla Russia).

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Comunque, non essendo più Biden il candidato, i media possono permettersi di smettere di incensarlo. Il suo posto tra i santi adesso lo sta avendo Kamala Harris. Fino a prima della sua attuale candidatura era conosciuta da tutti come una vice-presidente insignificante e gaffeuse. Si diceva di quanto fosse poco popolare e qualcuno arrivò a dire che nominarla come vice fosse stato un errore. Dal momento in cui è diventata prima papabile e poi candidata dei Democratici alla presidenza tutto è cambiato.

All’improvviso nelle penne dei giornalisti è diventata una bravissima politica, estremamente seducente nei confronti dell’elettorato e unica persona capace di salvare il sistema democratico americano insidiato dal proto-dittatore Trump. Ecco, costui che mai fu amato dalla stampa nostrana, è il naturale obiettivo degli strali di tutti i veri “progressisti”.

Chi ne parlasse bene o non accettasse il gioco di poterlo ridicolizzare estrapolando le sue parole dai contesti in cui sono pronunciate è certamente un “anti-democratico” o, come è tornato di moda dire, un “neo-fascista”. È naturale, nel seguire i commenti della stampa nostrana, immaginare che i milioni di suoi sostenitori americani siano solo dei fanatici ignoranti, ultra-conservatori, retrogradi e chi più ne ha più ne metta.

Per il buon vivere, non si dica mai che la sua politica internazionale è un “realismo” che si contrappone a quell’idealismo fintamente amante della democrazia che pianta semi di guerra in tutto il mondo. Non si dica che fu il primo a capire, mentre i suoi predecessori spingevano la Cina nel WTO, che si aveva di fronte un Paese orientato a sovvertire tutti gli equilibri economici e politici che avevano garantito fino a pochi anni orsono l’egemonia americana nel mondo. Non si ricordi mai che, durante la sua presidenza, i coreani del Nord non effettuarono alcun nuovo lancio missilistico. Si faccia finta di non sapere che con gli Accordi di Abramo (pur discutibili sotto certi aspetti) si stava preparando una pace definitiva tra Israele e l’Arabia Saudita. Ciò che conta è parlare bene dei Democratici, e magari perfino dei guerrafondai neo-conservatori pur di criticare Trump. Trump sicuramente non è un intellettuale e non brilla per raffinatezza nelle sue locuzioni, ma non è né un uomo stupido né un politico incapace, eppure viene da quasi tutti dipinto come il punto più basso che la presidenza americana potrebbe toccare.

Perché non si può scrivere che Trump ha evitato, pur con i suoi modi da spaccone, nuovi coinvolgimenti militari, ha iniziato a districare gli Stati Uniti dai venti anni di occupazione fallita dell’Afghanistan e ha ingaggiato Stati avversari come Cina, Corea del Nord e Russia in modi che riducevano la possibilità di un conflitto? La verità è che questo vanesio tycoon sa che gli Stati Uniti non hanno più il potere di una volta e non possono più permettersi di pagare somme enormi per essere presenti in tutto il mondo. Sa che esiste una differenza tra gli interessi nazionali indispensabili e quelli desiderati. Non è un pazzo: è solo un realista.

Purtroppo, nel seguire come la stampa riferisce quasi unanimemente delle elezioni americane, oltre al citato atteggiamento che si ebbe verso Gorbaciov, mi viene da ricordare gli anni in cui non tutti i nostri giornalisti erano comunisti ma tutti sapevano che la “patente di legittimità democratica” si doveva ritirare solo in via delle Botteghe Oscure. Adesso l’indirizzo è fisicamente cambiato, ma temo che la procedura sia rimasta la stessa.

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