Quale sarà la legge elettorale al termine delle trattative tra il Partito Democratico, Forza Italia e Nuovo Centrodestra (ammesso che una nuova legge ci sarà e che non abbia ragione il leghista Flavio Tosi, sostenitore della tesi del bluff di Berlusconi), cresce il fronte di chi sostiene che l’assenza delle preferenze – quindi la non possibilità da parte degli elettori di scegliersi il proprio parlamentare – sia in verità cosa buona e giusta. Ne è convinto Silvio Berlusconi e ne è convinto anche mezzo Partito Democratico con in testa Dario Franceschini, che nei giorni scorsi ha dichiarato come potrebbe essere “un enorme errore reintrodurle. E lo dico da uomo che, vent’anni fa, le preferenze personali le prese e anche tante”.
Quale che siano le motivazioni che spingono i leader, alcuni dei giusti punti politici chiave che hanno convinto e continuano a convincere relativamente l’opportunità di non reintrodurre le preferenze personali, ruotano tutti intorno alla duplicazione dei costi delle campagne elettorali e dell’esposizione alla corruttela. I costi della politica vanno tagliati, non aumentati. E con le preferenze si è infatti in competizione non solo con i candidati degli altri partiti, ma anche e soprattutto con i candidati della stessa compagine, tra i quali si innescherebbero guerre di fazione svantaggiose in una competizione politica, pur forse necessarie a livelli differenti. E’ un fatto conclamato che le campagne elettorali più spendaccione al mondo siano quelle con le preferenze: basti guardare ai Consigli Regionali e a come vengono gestiti i fondi pubblici riservati ai gruppi politici consiliari una volta eletti. L’ex capogruppo del Popolo della Libertà nel Lazio, Franco Fiorito (poi indagato e condannato per peculato, cioè per aver speso il denaro del suo gruppo consiliare a fini privati), era ed è un re delle preferenze, tanto per dirne uno.
Non si risolve il problema per cui sono sempre e comunque i partiti a decidere chi corre e chi no. Come con qualunque altra legge elettorale possibile, sono infatti pur sempre i partiti a decidere chi candidare. Ed è giusto che sia così, peraltro. E questo capita con o senza preferenze. Dunque le preferenze non risolvono il problema del “decide il capo partito”, perché è sempre e comunque la segreteria di riferimento del territorio a decidere. Quella Regionale se è una competizione regionale, e così via. Le preferenze ingrassano gli apparati dei partiti a livello locale. Infatti, è il partito che porta voti ai candidati, di fatto rendendo la competizione interna molto cara, altrettanto finta e inutile, perché passa sempre e solo il candidato che i pezzi da novanta locali indicano esplicitamente. Salvo poi essere, l’eletto, schiavo di chi lo avrà fatto eleggere. Pare francamente uno schema medievale, per nulla meritocratico, baronale, che impedisce agli outsider di emergere con volti e proposte nuove.
Le preferenze, inoltre, producono i comitati d’affari (che pagano, o offrono, le campagne elettorali) e i comitati criminali (che sostengono un candidato a suon di preferenze, obbligandolo poi a sdebitarsi una volta eletto). L’Italia è piena di casi simili, sfociati innumerevoli volte in inchieste giudiziarie anche altisonanti. E’ incredibile che la politica abbia bisogno di questo.
Con le preferenze (non sempre) vengono precluse talvolta alcune opportunità a giovani e a chi non può permettersi una campagna elettorale. Come fa un giovane brillante, promettente, ma che non abbia chi gli paghi una rischiosa e costosa propaganda, a candidarsi con qualche speranza di vittoria? C’è bisogno di rinnovare, ed il rinnovamento lo può garantire solo una segreteria di partito che sia illuminata. Per di più, disegnano l’identikit del politico che bisogna cestinare per sempre: quello di professione. Che sarà costretto a fare politica sin da piccolo per procacciarsi preferenze sul territorio, non avrà dunque un lavoro a cui tornare finita – semmai – l’esperienza in politica, e chiederà di essere sistemato (la massa enorme di trombati che affollano le municipalizzate che erogano servizi pubblici scadentissimi, e producono miliardi di euro di debiti, ne sono un oggettivo esempio). Possiamo permettercelo ancora? E’ giusto rinunciare ai sempre più necessari innesti della società civile, salutari per mentalità e approccio molto più di una classe di politicanti per professione che peraltro abbiamo già testato sulla pelle dei giovani italiani, con esiti catastrofici?
Le preferenze comportano il rischio di scatenare una corsa al debito pubblico. Il politico eletto infatti, come primaria preoccupazione, ha sempre avuto quella di procurare una pioggia di soldi pubblici – una volta eletto – che faccia da rimborso alle esose spese sostenute durante la competizione. Si è già visto cosa abbia comportato questo schema nella Prima Repubblica. Basta già il rimborso pubblico ai partiti, la cui utilità a che la politica non sia fatta solo dai miliardari deve necessariamente vedere d’accordo tutti gli italiani di buona coscienza. Le “spese pazze” e i controlli inesistenti sono altra cosa. Che la collettività contribuisca in modo serio (attualmente non lo è) alla vita democratica del Paese è una necessità, non un privilegio. Il Movimento Cinque Stelle di Grillo è divenuto ormai il paladino della restituzione dei rimborsi elettorali spettanti al suo movimento antisistema; rimborsi (quelli a Grillo) sulla cui legittimità non è mai stato sollevato definitivamente il velo: chi avrebbe potuto mantenere su tutto il territorio nazionale delle campagne elettorali faraoniche come quelle che hanno tenuto a battesimo i Cinquestelle, se non avessero avuto alle spalle plurimiliardari come Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio? Lo stesso comico di Genova è stato costretto ad interrompere i suoi redditizi show per dedicarsi a tempo pieno all’attività politica, salvo poi dichiarare nei giorni scorsi che è al lavoro proprio per tornare sul palcoscenico (i soldi stanno per terminare).
La cosa più grave è che con le preferenze aumenterebbe il potere di ricatto di chi è stato eletto nei confronti del proprio gruppo parlamentare, balcanizzando (l’eletto) il Parlamento, rendendo il gruppo di fatto difficilmente governabile. “Io ho 100mila preferenze, della disciplina di gruppo me ne frego”: è una dichiarazione emersa più volte dalle cronache politiche. Forse varrà sui livelli istituzionali più bassi, dove i cittadini hanno necessità di vedersi rappresentati direttamente sul territorio in cui vivono tutti i giorni. Non vale per il Parlamento nazionale, dove la linea della sovrastruttura politica di appartenenza deve prevalere. E poi, non si dica che le preferenze sono un sistema “anti-Minetti” (l’ex consigliera regionale della Lombardia eletta con le preferenze nel Popolo della Libertà): Barbara Matera (il cui unico difetto è quello di essere bellissima), venne candidata con le preferenze alle Europee e di preferenze ne prese 130mila. Le ha prese da sola? No di certo. Chi era la Matera? Politicamente parlando una signora nessuno. I voti glieli ha portati il partito, com’è ovvio, che resta dunque in ogni caso l’attore principale dell’azione politica dell’eletto. Con o senza voti personali ottenuti.
Per di più se ci fossero state le preferenze, il Popolo della Libertà (per esempio) non si sarebbe potuto permettere di non candidare un uomo come Nicola Cosentino in Campania, che di preferenze personali ne aveva a valanga. In questo modo il partito ha potuto raccogliere voti di un elettorato più largo, che ha apprezzato la scelta di estrometterlo dalle liste per via delle vicende giudiziarie che lo riguardano francamente improponibili agli occhi dei cittadini. Deve essere il partito a mettere la faccia sulla scelta dei propri candidati, e dire: “Elettori, questa è la squadra e su questi nomi, oltre che sul programma di Governo e sul leader, chiediamo il consenso”. Sarà così possibile forse innalzare il livello dei rappresentanti candidati ed eletti.





























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