Italiani nel mondo, Rapanà (Cgie) d’accordo con ItaliaChiamaItalia: necessario rivedere voto all’estero

“É assolutamente necessario rivedere la legge sul voto all’estero”. Ne è convinto Giovanni Rapanà, consigliere del Cgie per il Canada, già candidato del Pd nella ripartizione Centro e Nord America alle ultime elezioni politiche. E proprio alla luce della sua esperienza, Rapanà sottolinea l’urgenza “di rivedere, appena possibile e comunque prima che si ritorni a votare, le modalità per il voto degli italiani all’estero, che come è noto eleggono 18 parlamentari: 12 deputati e 6 senatori”.

Questo perché, spiega, “se, nello spirito, la legge Tremaglia voleva far partecipare gli italiani all’estero al processo democratico dell’Italia, nella realtà la sua applicazione pratica ha ben poco di democratico. Premesso che a votare, molto spesso, non sono gli interessati, e su questo chi dovrebbe intervenire preferisce fare come lo struzzo; che le stesse modalità di voto all’estero portano a confusione, e le numerosissime schede nulle lo confermano: una media del 14% di schede nulle all’estero, contro il 2% circa dell’Italia. Vorrei dare il mio contributo alla riflessione cercando di descrivere semplicemente quello a cui ho assistito il giorno, ma soprattutto la notte, dello spoglio”.

Questo il racconto di Rapanà:

“Lunedì 25 febbraio ero a Roma, e più precisamente al Centro polifunzionale di Castelnuovo di Porto. Quattro immensi capannoni ospitano i 1.361 seggi allestiti per lo scrutinio delle schede votate dagli italiani all’estero. Ogni seggio é composto per legge da sei persone, per un totale complessivo di circa 8.166 addetti allo scrutinio. Intorno alle dieci sono arrivato davanti all’ingresso del padiglione n.5 che ospitava i 394 seggi dell’America Centrale e Settentrionale. Con me alcuni rappresentanti di lista, provenienti sia da Montreal che da diverse regioni d’Italia, del Nord e del Sud.

La prima impressione di tutti é stata quella di essere nei laboratori di una industria di confezioni. In realtà erano gli addetti allo scrutinio che aprivano le buste restituite dagli elettori, separando il tagliando elettorale dalla busta bianca contenente le schede. I tagliandi venivano accumulati in un lato del tavolo, e le buste bianche venivano inserite nell’urna (uno scatolone con tanto di stemma dello Stato Italiano). Se il plico non conteneva il tagliando, in alcuni seggi si apriva la busta piccola alla ricerca del tagliando. Se veniva trovato, le schede venivano messe nell’urna, mentre il tagliando elettorale stesso deposto con gli altri. In altri seggi invece le schede venivano annullate direttamente anche se il tagliando era stato chiuso nella busta piccola, con la motivazione che la presenza del tagliando insieme alle schede votate poteva essere un segno di identificazione dell’elettore. Solo successivamente gli scrutatori spuntavano i nomi contenuti sui tagliandi con l’elenco degli elettori di quella circoscrizione consolare. In almeno due seggi, una percentuale altissima visto i pochi che ho potuto constatare personalmente, si sono ritrovati con delle fotocopie dello stesso tagliando. Soluzione? Eliminiamo i tagliandi fotocopie. Intanto le schede erano già nell’urna.

Il fatto ancora più sconcertante é stato quando ci siamo accorti che la maggior parte delle persone incaricate dello scrutinio non sapeva che all’estero si votasse con le preferenze.

Passando davanti ad un seggio, ho notato che erano state messe in una pila a parte tutte le schede della camera con la doppia preferenza. Alla domanda come mai venivano messe in disparte, il giovane mi rispondeva che quelle erano valide solo per il voto di lista perché contenevano due nomi. A questo punto ho iniziato a chiedere in giro se fossero al corrente del sistema delle preferenze adottato all’estero e tutti quelli da me intervistati mi hanno risposto che non ne erano stati informati (non avevano letto il vademecum).

Altro esercizio diffuso nella totalità, o quasi, dei seggi, era quello di fare la conta delle preferenze su un pezzo di carta e successivamente trascriverlo sul verbale. Il risultato è ovvio: nessun controllo della quadratura dei dati trascritti. Un presidente di seggio, davanti ai miei dubbi, mi ha confidato che tanto nessuno sarebbe mai andato a controllare. Passo davanti ad un tavolo e una giovanissima donna, forse vedendo la mia aria sicura e confidando nella mia conoscenza delle regole, mi chiede se una scheda potevano considerarla valida. Le ho risposto per correttezza di rivolgersi alla presidente del seggio e lei mi ha risposto: “Sono io”. “Complimenti, le ho detto, una bella responsabilità per la sua età”. E lei: “Grazie, le presento mia mamma, lei é una delle segretarie del Sindaco Alemanno”.

Aggiungo che, verso le 23.30, molti scrutatori hanno abbandonato il seggio lasciando soli il presidente o/e il segretario per la compilazione finale dei verbali. Al temine della compilazione poi il presidente aveva la responsabilità di recarsi al padiglione n.2, sede dell’Ufficio del funzionario della Corte d’Appello, a circa duecento metri di distanza – in un buio totale – per depositare il verbale con i risultati dello scrutinio.

Nei due capannoni che ospitavano i seggi del Centro Nord America non vi era alcun funzionario della Corte d’Appello a cui denunciare questo modo di fare.

Le uniche autorità presenti erano alcuni carabinieri frustrati seduti quasi sempre nella loro auto ed alcuni funzionari del comune di Roma intorno ad un tavolo, posto verso l’uscita, con delle pile di copie in bianco di verbali  di scrutinio. In pratica ogni presidente di seggio o segretario poteva avere quante copie dei verbali voleva.

Ad un certo punto vedo da lontano un presidente di seggio gesticolare con un rappresentante di lista mentre urla “qualcuno chiami i Carabinieri”. Ho capito che faceva sul serio e dato che mi trovavo nei pressi dell’uscita, sono corso fuori a cercare i rappresentati delle forze dell’ordine. Ho faticato non poco nel buio più totale a rintracciare la Jeep dei Carabinieri. Avvisati i due militari che erano seduti dentro di quanto stesse accadendo all’interno del padiglione n.5, i due scendono dalla vettura e si dirigono verso il seggio da me indicato. Io intanto li seguo. Arrivati sul posto, il più alto in grado dei due, inizia a discutere e poi a litigare con il presidente di seggio. Attiro la sua attenzione per dirgli che quello col quale egli litigava era il presidente del seggio, lo stesso che aveva chiesto l’intervento dei Carabinieri.  “chi é Lei cosa ci fa qui, mi dia i suoi documenti” tuona contro di me. Mi presento, nome e cognome, gli dico che sono un candidato e gli favorisco i documenti, mentre gli chiedo di identificarsi pure lui. “io ti metto le manette e ti porto dentro, non si vede che sono un carabiniere”…..poi arrivano altre persone sdrammatizzano e lo convincono che non ho fatto nulla di male.

Insomma ho rischiato l’arresto per aver chiamato i Carabinieri su richiesta di un presidente di seggio. Trascorsa qualche ora, mi faccio coraggio, mi avvicino nuovamente allo stesso militare, gli porgo una stretta di mano, pregandolo di scusarmi, come se avessi sbagliato, inducendolo a parlare perché volevo capire il motivo della sua frustrazione. Ad un certo punto sbotta: “Ho moglie e tre figlie a casa, e sono qui a sentire gente che vive all’estero, che litiga per la politica e che non conosce nemmeno l’Italia, e che ha speso dicono fino a un milione di dollari per questa campagna elettorale, mentre io dopo venti anni di servizio guadagno appena millesettecento euro al mese con un mutuo da pagare”. Per finire, circa 9mila persone, abbandonate a se stesse, con otto cabine super zozze come servizi igienici, né acqua per bere, né prese di corrente, né illuminazione fuori per vedere dove si mettevano i piedi. Questa situazione, scusate la mia franchezza, mi é sembrata la manifestazione più emblematica della considerazione che l’Italia nutre per gli italiani all’Estero”.

“In questo contesto sono scaturiti 18 parlamentari eletti all’estero, 6 senatori e 12 deputati”, conclude Rapanà, secondo la cui pessimistica previsione, “molti dei quali hanno già dimenticato le promesse fatte agli elettori, ma sicuramente la nessuno di loro farà nulla per cambiare questa orrenda legge sul voto degli italiani all’estero”.