Italiani all’estero e immigrati in Italia, cos’hanno in comune?

Il nostro Paese si è dimostrato disponibile, da subito, all’accoglienza; ma non a tollerare le “invasioni” selvagge e lo “sfruttamento” delle disgrazie altrui

Dal 1900 al 2000 ben 26 milioni d’italiani hanno lasciato la Penisola. Con i figli ed i nipoti, nati all’estero, il loro numero ha superato i 57 milioni. In sostanza, negli anni, si è costituita una “colonia” d’origine italiana nel mondo di tutto rispetto. Un’altra Italia oltre l’Italia. Intanto, anche il Vecchio Continente è stato interessato dai fenomeni migratori, prima interni, poi dall’estero. Bel Paese in testa.

Alla fine dello scorso anno, erano presenti sul nostro territorio più di 4.600.000 cittadini extracomunitari con regolare permesso di soggiorno. Tra i nostri emigrati e immigrati, in regola, i punti d’incontro sembrerebbero pochi. Ma la realtà, che viviamo nel quotidiano, ci consente una visione più realistica di un fenomeno sociale e umano più opportuno.

Da noi si tende, soprattutto sul fronte politico, a tener “separate” le due facce di un problema che, invece, ha più aspetti in comune. Meglio, quindi, tentare di chiarire la realtà per non distorcere la storia di questo nostro Paese che si è dimostrato disponibile, da subito, all’accoglienza; ma non a tollerare le “invasioni” selvagge e lo “sfruttamento” delle disgrazie altrui.

La nostra emigrazione ha iniziato a essere monitorata verso la fine del 1800. L’immigrazione, diretta verso la nostra Penisola e l’Europa, è cominciata alla fine degli anni ’80. Dal 1992, il Parlamento italiano ha iniziato a legiferare per disciplinare i flussi migratori. L’integrazione è diventata una delle opportunità nazionali. Almeno nei suoi aspetti più palesi. Si trattava, però, d’emigrazione non “patologica”.

Il nostro Paese fa parte di un Sistema che ha da affrontare l’attuale emergenza immigrazione in un’ottica comunitaria. Ovviamente, non solo sotto il profilo di sostegno economico. Gli interventi non hanno da coinvolgere unicamente gli Stati che s’affacciano sul Mediterraneo. I seguiti umanitari fanno parte della cultura dell’Europa stellata. E’ difficile non essere imparziali. Almeno per noi.

L’Ue, nel suo complesso, è tenuta a farsi carico dei destini di una fitta umanità che viene da lontano e tenta di trovare un destino migliore lontano dalle guerre e dalle dittature. Anche perché ci stiamo dirigendo verso una società multietnica e pluriculturale. L’importante è non dimenticare le nostre radici storiche e sociali in nome di una pluralità che, restando ancora di facciata, potrebbe arrecare più danni che vantaggi.

Ora l’Ue dovrebbe varare un ordinamento in materia per chi giunge dall’altro capo del “Mare Nostrum” e dall’est del mondo. Del resto, l’istituzione di una Task Force per il Mediterraneo (TFM) è già una realtà. Ma non solo. L’Ufficio Europeo per l’Asilo (EASO) dovrà aumentare le capacità d’accoglienza nei confronti dei cittadini di Paesi terzi. Con criteri d’oggettività. L’Italia, ancora una volta, non mancherà di fare la sua parte. Gli altri Stati membri dell’Unione sono invitati a fare la loro. Anche perché non saranno i “muri”, reali o ideologici, a marginare il flusso di un’umanità dolente.