Italiani all’estero, i nuovi Comites? Non conteranno nulla – di Marco Zacchera

Si chiamano (o si chiamavano) Comites, ovvero i Comitati che nei vari consolati italiani nel mondo raccoglievano le volontà delle locali comunità italiane eleggendo un consiglio che le rappresentava nei confronti delle nostre autorità diplomatiche. Di fatto una specie di mini consigli comunali che davano voce alle associazioni e spesso ai singoli schieramenti politici e che servivano soprattutto là dove persone (ormai quasi sempre anziane) spesso apolitiche e quasi sempre di grande buona volontà ci tenevano a rappresentare la nostra comunità.

L’ultima volta si votò quasi dieci anni fa, poi di rinvio in rinvio si è arrivati a convocarne il rinnovo per la fine dell’anno, anche se in numero molto ridotto (…). Il tutto in un sostanziale disinteresse e tra grandi difficoltà pratiche per la raccolta di liste e candidature. Alla fine voterà presumibilmente una parte infima degli aventi diritto ed i nuovi Comites (dove verranno eletti, perché in molte località non si è presentata neppure una lista) che già contavano poco, non conteranno più nulla.

La novità sostanziale tra l’altro è che non voteranno più tutti gli italiani residenti all’estero, ma solo quelli che avranno dimostrato interesse a farlo “autoregistrandosi” nei singoli consolati, un concetto ragionevole e che avrebbe ribaltato il risultato del voto all’estero sia nel 2006 che del 2008 e ancora l’anno scorso, visto anche le documentate truffe che hanno accompagnato quelle elezioni.

Una scelta giusta, che però crea un ulteriore problema: quanti degli italiani all’estero sapranno che potranno/dovranno iscriversi nelle apposite liste per poter votare?

Pochi, pochissimi (a Zurigo nei giorni scorsi c’erano ancora solo 350 iscritti al voto per un consolato che è il più importante nella rappresentanza dei 450.000 italiani residenti in Svizzera). Servirebbero informazioni e tempo, ma l’impressione è che l’intero sistema elettorale dei Comites sia stato organizzato soprattutto per favorire i patronati sindacali, spesso gli unici burocraticamente in grado di raccogliere firme e candidati all’estero e che in passato sono stati d’altronde un formidabile strumento nelle mani della sinistra per raccogliere il consenso, ma anche sostanziosi contributi pubblici legati al numero delle pratiche svolte, spesso più o meno necessarie. Un grande “buco nero” di spesa, quella dei Patronati all’estero, che potrebbe dare ampio spazio a molti risparmi e chissà che prima o poi anche la Corte dei Conti non andrà a darci un’occhiata…

*già responsabile Esteri di An, già deputato PdL