Italiani all’estero, Farina (Pd) a ItaliaChiamaItalia: ‘rete consolare? Sono pessimista’ – di Barbara Laurenzi

Questa intervista è stata realizzata prima che fosse noto che il ministro degli Esteri ha già firmato i decreti di chiusura di ambasciate, consolati e istituti di cultura (vedi Rete consolare, signori si chiude! Mogherini firma i decreti e Rete consolare, italiani all’estero presi a schiaffi dall’Italia – di Ricky Filosa)

Uster – Poteva andare peggio. Secondo l’onorevole Gianni Farina, Pd, eletto nella ripartizione estera Europa e presente nel pubblico alla presentazione del libro ‘Bambini proibiti’ a Uster, venerdì 21 marzo, il risultato del referendum sulle quote di ingresso per l’immigrazione in Svizzera è stato fin troppo positivo, considerando il poco impegno profuso dal fronte del ‘no’. Intervistato a margine dell’evento da ItaliaChiamaItalia, il deputato dem ha poi spiegato di non essere molto ottimista sull’operato della Farnesina, “ma non per colpa del ministro”.

‘Bambini proibiti’ parla dei figli dei lavoratori stagionali italiani, costretti a vivere nascosti in casa. Lei vive in Svizzera da molti anni, ha avuto testimonianze dirette di queste vicende?

“Ho affrontato più volte la difficile tematica degli stagionali. La mia famiglia ha una storia profondamente legata alla confederazione elvetica e al suo modo di vivere, parlare e pensare. Mio zio è stato vicecomandante partigiano confinato in Svizzera e un altro mio zio è emigrato qui. Ricordo una bellissima e commovente storia che è rimasta impressa in maniera molto forte nei sentimenti della mia esperienza di vita. Visitai questo mio zio nel ’65, lavorava in una grande acciaieria e viveva con due figli, la sera ci portarono a visitare una famiglia di amici che venivano dalla Lucania. Marito e moglie erano emigrati come stagionali e vivevano con una bimba nascosta”.

Gli ambienti in cui vivevano queste famiglie, con i loro bambini, erano adatti ad ospitare più persone?

“Assolutamente no, mi colpì il dramma della loro storia e anche il modo in cui erano costretti a vivere. Abitavano tutti in una sola stanza, dove dormivano e si lavavano, lui lavorava come contadino, lei come lavapiatti. La piccola aveva uno sguardo perso e triste e mi fece vedere un foglio scarabocchiato. Trovai meraviglioso, nella sua tristezza, il dipinto di questa bambina, rimasto indelebile nella mia mente. Aveva ideato una casa e, con la selvaggia forza della matita, aveva costruito le mura, dentro erano disegnati tavoli neri e sedie nere, in un angolo c’era una finestra e da lì venivano due oggetti mostruosi: un aereo nero e un sole, anch’esso nero. Ogni oggetto di quel disegno era nero. Molti anni dopo venni a sapere che quella bambina era diventata una ragazza morta precocemente di depressione, dopo aver preso la strada della droga”.

Nel corso dell’evento si è parlato molto di un temuto ritorno allo statuto dello stagionale in Svizzera. È un pericolo reale?

“No, non credo esista il rischio di un ritorno al passato. Anzi, ai predicatori di paura rispondo che è perfino un miracolo che metà degli svizzeri abbiano votato contro quel referendum”.

Le sembra un risultato positivo il fatto che il 51 per cento abbia scelto di imporre delle quote all’immigrazione?

“È un miracolo che il 49 per cento abbia votato per il no, nonostante la campagna dell’elite xenofoba e razzista e nonostante il fatto che le forze del bene, che avrebbero dovuto spiegare i rapporti che la confederazione elvetica ha in Europa e l’importanza dell’immigrazione in questo contesto, non abbiano invece fatto nulla. La propaganda del no è stata di fatto regalata alle forze imprenditoriali che hanno sostenuto la causa solamente per loro tornaconto, perché la forza lavoro serve loro molto più di quanto ci si renda conto. Ritengo che questo sia stato il peggior modo di fare propaganda, non sono questi i valori che dobbiamo trasmettere”.

La Svizzera, però, non è nuova a iniziative di questo tipo. La confederazione è stanca dei transfrontalieri e degli italiani che vengono per lavorare?

“Non credo che la Svizzera sia diversa dagli altri paesi. Se facessero lo stesso referendum in Italia, il risultato sarebbe peggiore”.

Colpa solo dei partiti come Lega, Fratelli d’Italia o Movimento 5 stelle? O c’è un malessere più diffuso che la politica non vuole vedere?

“Tutta la politica non è stata all’altezza della sfida imposta dalla globalizzazione, il mondo ora è piccolo e questo problema si riproporrà sempre. La politica ha fallito su lavoro, diritti, scuola e cultura. Abbiamo fallito su tutto e lo stesso astio verso gli stranieri lo si vive oggi tra immigrati italiani interni all’Italia, verso chi va dal Sud verso il Nord. La stessa paura si ripropone perché la politica non ha saputo risolvere il problema dei diritti di chi emigra e di chi accoglie”.

La politica, in questo senso, non ha fallito anche e soprattutto a livello europeo?

“Si tratta proprio di un problema europeo, comune a tutti i paesi. Basti pensare al movimento di Le Pen in un paese come la Francia, che ha costruito la sua storia sui concetti di solidarietà e fraternità. Dove la politica fallisce, arriva la paura e vince”.

L’Europa che uscirà dalle prossime elezioni sarà meno forte?

“Le elezioni europee saranno un disastro. Ho il terrore di leggere i risultati, mi preoccupa l’atteggiamento del Movimento 5 stelle che è contro l’Europa e l’apertura delle frontiere”.

Proprio di Europa si è occupata molto la nuova ministra degli Esteri Mogherini. Ha già avuto modo di presentarle le problematiche degli italiani nel mondo?

“Conosco il ministro Mogherini perché ho vissuto con lei cinque anni in Consiglio d’Europa, dal 2008 al 2012, a Strasburgo. Ci incontravamo durante le sessioni ed ho di lei un ricordo molto positivo, è preparata e si è sempre impegnata in bellissime battaglie che le rendono merito, come la denuclearizzazione del pianeta. Le auguro di riuscire nella sua grande impresa, pur nel difficile e drammatico momento che stiamo vivendo”.

A parte le manifestazioni di stima, non ha in programma specifici incontri per affrontare i problemi della sua circoscrizione?

“C’è stato un incontro a metà marzo e so che ce ne saranno altri. Ho già posto al ministro Mogherini le nostre problematiche, ma ci saranno difficoltà terribili. Lottiamo affinché al Mae capiscano che non si può smantellare tutto, anche se è evidente che esistono delle questioni da risolvere”.

Che cosa avete chiesto, in concreto?

“Le abbiamo detto che non abbiamo bisogno di consolati generici ma di sportelli consolari di prossimità, che siano utili e di servizio ai nostri connazionali. Questa idea costerebbe poco e sarebbe utile, ma non credo che passerà”.

Non sembra molto convinto della sua iniziativa.

“Sono convinto ma, purtroppo, non sono ottimista. Se guardo la situazione con realismo non posso essere positivo, ma questo atteggiamento non è causato dal ministro”.

Di chi è la colpa, se non dell’esecutivo?

“Dei tecnicismi e dei burocrati. Il tecnicismo non ha anima, sono molto critico con chi ha gestito i rapporti con il Mae in questi anni. La politica, in questo caso, non ha più colpe dei burocrati”.

A chi si riferisce?

“Ricordo la disastrosa gestione del sottosegretario Mantica”.

Avete criticato Mantica per molti anni, ma anche chi è venuto dopo non ha fatto niente per sostenere la circoscrizione. Al contrario, il vostro stesso governo ha proseguito e aumentato i tagli.

“No, infatti. I programmi di chiusura non si sono arrestati, però siamo riusciti a salvare due istituti di cultura, Stoccarda e Lione, tramite la mozione Garavini. Non siamo riusciti a evitare altri tagli drastici”.

Riuscirete a razionalizzare le spese per individuare nuove risorse almeno per la cultura?

“Si può fare, se tutti lo vogliamo. Proprio a proposito di razionalizzazione, non è vero che non si possono tagliare i fondi degli istituti. Anzi, alcuni di essi, situati in alcuni paesi, si possono chiudere”.

“Alcuni” quali? E dove?

“A Lille, ad esempio, si può chiudere. L’importante è tenere la sede di Parigi e attribuirgli la forza che merita un grande istituto di cultura. Il problema dei tagli effettuati fino a oggi è che i vertici del Mae non hanno parlato con gli attori del settore, non solo hanno saltato noi parlamentari ma anche le associazioni o gli organi dell’editoria”.