Defibrillatori, oltre l’emotività – di Rossella Lorenzotti

E’ di pochi giorni fa (26 aprile 2013) il decreto dei ministri della Salute e dello Sport che stabilisce, fra l’altro, le regole per la dotazione obbligatoria di defibrillatori automatici esterni (DAE) per le società sportive, professionistiche e dilettantistiche. Bene! Bene? Il decreto attua una precedente norma (art 7, comma 11,  del d.l. n. 158 del 13 settembre 2012, convertito dalla legge n. 189 dell’8 novembre 2012) che individua una priorità di intervento “cardioprotettivo” nelle società sportive, peraltro non rispondente ad alcun riscontro obiettivo: l’arresto cardiaco improvviso si verifica in casi molto diversi e soprattutto sul luogo di lavoro. L’accelerazione verso le società sportive ha una spiegazione evidentemente “emotiva”: la morte, in diretta TV, del calciatore Piermario Morosini. Ma quello di Morosini è solo uno dei casi di arresto cardiaco improvviso, che in Italia sono circa 60 mila l’anno e che l’intervento tempestivo con un defibrillatore potrebbe “salvare” almeno per metà (dati Stazione Termini di Roma).

Perché il defibrillatore? Perché ovunque? I morti per incidente stradale, di cui tanto si parla sui mezzi di informazione, sono ogni anno, in Italia, poco meno di 4.000. I morti per arresto cardiaco improvviso sono 60.000. Sulla sicurezza stradale, giustamente, si investe moltissimo da decenni; sulla prevenzione dell’arresto cardiaco improvviso, che “pesa” 15 volte di più, solo dal 2012.

Inevitabilmente gli stanziamenti di risorse finanziarie pubbliche sono modesti tenuto conto della lunga “dimenticanza” del problema. In media, gli interventi di defibrillazione risolvono positivamente il 50% degli arresti cardiaci improvvisi, con esiti migliori in funzione della tempestività del trattamento. Senza l’aiuto della solidarietà privata, non sarà possibile recuperare il tempo perduto. Con gli 8 milioni di euro attualmente impegnati dal bilancio dello Stato, il sostegno finanziario alle tantissime società sportive obbligate dalla legge a dotarsi di defibrillatore, è poco superiore ai 50 euro ciascuna, a fronte di una spesa per l’acquisto di un defibrillatore di circa 1000 euro.

Dopodiché ci sono decine di migliaia di luoghi ad alta frequentazione (centri commerciali, stazioni, aeroporti, aziende, alberghi, ecc.) dove i piani regionali dovranno prevedere l’installazione di defibrillatori.

Invitiamo le forze politiche a tutti i livelli, e le rappresentanze del lavoro e della società civile, ad affrontare seriamente la prevenzione dell’arresto cardiaco improvviso. Non è con interventi “ad effetto” che si risolve la questione. Viste le condizioni drammatiche della finanza pubblica, occorre attivare un grande progetto che coinvolga le aziende medie e grandi, sia di stimolo alla solidarietà privata, permetta di realizzare, in tempi ragionevoli, un sistema diffuso di presidio “cardioprotettivo” sul territorio.