CORONAVIRUS | “E’ una malattia che ti devasta. Lascia segni a livello fisico, a livello psicologico ti uccide”

Parla un’operatrice socio-sanitaria lombarda: “I negazionisti? E’ brutto da dire, ma questo persone dovrebbero solo provarlo, perché se non credono alle sofferenze che vedono, che le persone raccontano, l’unico modo è questo”

Giuseppina Cattaneo, operatrice socio-sanitaria, ha raccontato la sua esperienza con il covid-19 nella trasmissione “Cosa succede in città” condotta da Emanuela Valente su Radio Cusano Campus.

“Lavoro come operatrice socio sanitaria in una struttura convenzionata in Lombardia, mi sono contagiata all’inizio di marzo. La paziente che mi ha contagiato era una donna incinta, non era considerata malata covid, perché a quei tempi ancora non avevamo contezza della malattia. Io ho iniziato ad avere i primi sintomi già alla fine di febbraio, ma il tampone per il covid l’ho fatto solo il 18 marzo”.

“Ho iniziato con dei dolori a livello polmonare e sono andata avanti fino all’8, quando ho cominciato ad avere l’affanno, la febbre mi è venuta il 16 marzo. Ho avuto febbre per una ventina di giorni, dolori, affanno, mal di testa, una stanchezza infinita”.

“Di paura ne ho avuta tanta. E’ una malattia che ti devasta. Ho rifiutato il ricovero, una domenica mattina verso la fine di marzo ho avuto un dolore fortissimo al polmone destro e una crisi respiratoria, ho chiamato il 118, ho fatto di tutto per non essere ricoverata perché sapevo che mi avrebbero intubata. E sono rimasta a casa, riuscendo a superarlo così, anche se a fatica”.

“Il secondo tampone negativo l’ho avuto il 4 maggio. Purtroppo ti lascia dei segni a livello fisico, come dermatite, ma a livello psicologico ti uccide. La mia vita è completamente diversa da quella di prima, sto andando da una psicologa. Non sono più la Giusy infaticabile che tutti al lavoro conoscevano prima, oggi faccio fatica a finire il turno di 7 ore”.

“I negazionisti? E’ brutto da dire, ma questo persone dovrebbero solo provarlo, perché se non credono alle sofferenze che vedono, che le persone raccontano, l’unico modo è questo”.