Cecile Kyenge, integrazione non vuol dire regalare la cittadinanza italiana – di Andrea Verde

Breve riflessione sulla nomina di Cecile Kyenge a ministro dell’Integrazione. Non condivido nè le critiche un po’ pretestuose nei suoi confronti, nè la sua celebrazione a nuova icona del "politicamente corretto", come non condivisi l’esaltazione della cosiddetta "generazione Balotelli". Pur guardando con moderata fiducia al governo Letta, trovo politicamente discutibile che si sia voluto inserire nella compagine governativa una persona simbolo della "diversità" proprio al ministero dell’Integrazione come non condivido l’idea che ad esempio al ministero dello sport ci sia un ex sportivo. Questa nomina mi sa troppo di specchietto per le allodole ed ho paura che prevalgano, in tema di integrazione, logiche comunitariste. Già si scatenano i dibattiti in rete tra coloro che puntano ad esasperare il dibattito con accenti fortemente xenofobi e tra coloro che, in nome di un buonismo di stampo catto-comunista, sono pronti ad abbracciare il multiculturalismo senza un adeguato dibattito. Io penso che tra la negazione dei problemi (che l’integrazione comporta) e la loro esasperazione a fini elettoralistici esista una terza via; quella della responsabilità: che significa lotta all’islam radicale, una legge, come in Francia, contro il burqa (segno di sottomissione e di umiliazione della donna), una legge contro i segni ostentatori religiosi nei luoghi pubblici (il velo a scuola o negli uffici..), l’obbligo per gli iman di predicare nelle moschee in lingua italiana, il controllo rigoroso della provenienza dei finanziamenti delle moschee, il divieto per un marito musulmano di impedire alla propria moglie di essere visitata da un medico di sesso maschile, norme sulla macellazione rituale ed etichettatura obbligatoria della carne (se mi vendono carne halal ho il diritto di saperlo!), la difesa della laicità positiva intesa come grammatica comune a tutti i cittadini, fermo restando il massimo rispetto per i culti religiosi.

Una buona integrazione implica la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana in presenza di precisi requisiti (conoscenza della lingua italiana, assimilazione dei valori repubblicani). Una buona integrazione implica la possibilità di avere un’immigrazione scelta e contingentata secondo i nostri bisogni. Una buona integrazione implica la lotta serrata a tradizioni ancestrali fuori dai nostri schemi. Noi siamo contro la lapidazione delle donne adultere, le mutilazioni genitali femminili, la poligamia, noi siamo per la parità tra uomo e donna. Questi sono valori non negoziabili. Mi occupo di questi problemi da dieci anni ed ho preso ad esempio il modello di integrazione francese. Penso di non peccare di superbia se dicessi che queste tematiche le conosco molto bene e che non serve necessariamente un ministro di colore per affermare questi principi.