Servizi finanziari: il dato in controtendenza arriva dall’industria italiana

Domanda e richiesta di servizi finanziari risultano essere in crescita: la situazione nazionale è però differente da quella del resto dell’Europa

Nonostante la situazione critica dell’economia internazionale, che solo ora riesce ad intravedere la luce in fondo al tunnel, il dato in controtendenza arriva dall’industria italiana dei servizi finanziari. Domanda e richiesta di servizi finanziari risultano essere in crescita: la situazione nazionale è però differente da quella del resto dell’Europa, visto che gli investitori italiani, soprattutto a causa dei recenti fatti di cronaca, nutrono una certa sfiducia negli attori presenti sul mercato e fanno fatica a valutare l’investimento giusto, anche in considerazione di una mancanza di cultura finanziaria. Al quadro appena descritto fa però da contraltare l’aumento del reddito disponibile per le famiglie italiane, che però pagano un ammontare complessivo più alto in tasse, essendo invariata la ricchezza netta. Come conferma la recente “Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani”, che porta la firma di Intesa San Paolo e Centro Einaudi, sale notevolmente la quota di connazionali indipendente dal punto di vista finanziario e “traina” con sé anche la percentuale di chi valuta sufficiente o più che sufficiente il proprio stipendio. Da tale aumento scaturisce un dato interessante: 43 italiani su 100 hanno risparmiato una parte del proprio reddito durante gli ultimi mesi identificabile nell’11,8% delle entrate.

Nonostante l’aumento certificato dei risparmi, gli italiani non sembrano così propensi ad accettare i rischi connessi ad un investimento, a cui preferiscono ancora la sicurezza, come evidenzia il curatore dell’indagine, Giuseppe Russo: «I piccoli risparmiatori sembrano partire bene, ossia dalla protezione del capitale, ma proseguire male, perché cercano la sicurezza nel posto sbagliato, ossia negli investimenti intrinsecamente sicuri, anziché nella diversificazione dei loro portafogli». Alla luce di questa tendenza degli italiani, il mercato si sta orientando per assecondare i bisogni dei risparmiatori, ossia per spostare una parte del patrimonio finanziario attualmente detenuto in forma liquido o “accantonato” con le forme più classiche di deposito a quelle formule che già stanno ottenendo buoni riscontri dalla clientela. Il 25% degli intervistati ha sottoscritto un prodotto gestito, e oltre il 36% degli italiani con un reddito superiore ai 2500 euro investono in fondi, polizze integrative o gestioni.

Nella scelta degli investimenti “gravano” anche i tassi di interesse troppo bassi, che hanno provocato “l’estinzione” di prodotti finanziari molto in voga negli ultimi anni come i titoli di stato, ora non così appetibili per l’universo dei risparmiatori al pari dei rendimenti obbligazionari, ritenuti troppo complicati a causa di una mancanza di cultura e informazione. Questo si traduce in un importante salto di qualità del mondo di azioni e consulenze, che rispondo al bisogno di sicurezza, trasparenza e contenimento dei costi degli investitori. Sempre più clienti cercano un’alternativa di valore a strumenti come i fondi comuni d’Investimento che al momento presentano più contro che pro

I rendimenti obbligazionari destinati a rimanere bassi ancora per qualche tempo rappresentano un problema per la maggior parte dei risparmiatori che non sembra “attrezzata” per affrontare scelte di investimento complesse, un intervistato su tre, ad esempio, dichiara che trova difficile comprendere a fondo le caratteristiche di rischio di un investimento. C’è un gap da colmare in termini di competenze e di informazione, ma questa condizione rende ancora più rilevante il ruolo svolto dalla consulenza finanziaria. Secondo quanto percepito dagli italiani ed evidenziato dalla Consob in uno studio sulle scelte di investimento delle famiglie, non è chiaro il ruolo dell’investitore, che ispira iniziale fiducia in considerazione del suo rapporto con l’istituto bancario, ma non sono note le sue competenze e la sua “area di intervento”, che si traduce così in quello stato di paura dell’investimento e in quell’inconsapevolezza della sua remunerazione. Il MiFid II che sarà in vigore a partire dal prossimo gennaio sarà in grado di risolvere questi dubbi e di agevolare quegli strumenti maggiormente profittevoli per il cliente.