Il Senato dà il via libera al ddl sulle riforme costituzionali con uno ‘score’ finora mai raggiunto, vale a dire 180 sì, ma con la maggioranza di governo che non avrebbe raggiunto il ‘tetto’ minimo di voti senza l’aiuto di 22 senatori di Ala, Fare! e di Fi.
Matteo Renzi ha ringraziato i senatori che hanno raggiunto "un obiettivo che molti ritenevano impossibile", vale a dire l’autoriforma del Senato. Il premier ha ribadito la sua volonta’ di dimettersi in caso di sconfitta al referendum costituzionale di ottobre, in vista del quale sono nati due nuovi Comitati "per il no", uno promosso da Fi, Lega e Fdi e un altro da alcuni senatori centristi.
Il voto dell’Assemblea di Palazzo Madama e’ il primo della seconda lettura conforme prevista dall’articolo 138 della Carta per le riforme costituzionali, cui seguira’ quello definitivo della Camera ad aprile.
Renzi ha solennizzato questo passaggio intervenendo in Senato al termine della discussione generale. Un discorso dai toni alti, assai diverso da quello con cui il 28 febbraio del 2014 chiese la fiducia per il suo governo, con le mani in tasca e augurandosi che il suo fosse l’ultimo governo a chiedere la fiducia in Senato.
Il premier ha ringraziato i senatori per essersi "autoriformati", facendo "riguadagnare alla politica la fiducia dei cittadini". E dopo aver ricordato i passi avanti dell’Italia negli ultimi due anni, non ha attribuito al solo governo il merito: "grazie al vostro impegno le cose stanno cambiando". Ma alla fine del suo discorso Renzi ha ribadito "ufficialmente" la propria intenzione "di porre fine alla propria esperienza politica" nel caso di vittoria del "no" al referendum costituzionale di ottobre. E agli applausi ironici dei senatori di M5s e Lega, Renzi ha prontamente risposto: "sara’ affascinante vedere le stesse facce gaudenti di adesso, quando, il giorno dopo il referendum sulla riforma, avremo dimostrato da che parte sta l’Italia".
Il rimpasto di governo "non sara’ alle calende greche", ma "non so se sara’ venerdì", ha detto il premier lasciando il Senato prima del voto finale sulle riforme costituzionali.






























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