Riduzione dei parlamentari, difendiamo i diritti degli italiani all’estero

Occorre fare fronte comune al di là delle proprie ideologie che restano immutate, un fronte che non può dividersi quando si tratta di difendere diritti degli emigrati che non possono essere considerati cittadini di serie B

Il 29 aprile comincia alla Camera l’esame della proposta di legge costituzionale che è già stata approvata al Senato, che riduce il numero dei parlamentari portando i Deputati a 400 ed i Senatori a 200.

Certo siamo ben lontani dalla proposta fatta a suo tempo dal governo di Centro sinistra, che prevedeva un parlamento monocamerale per quanto riguardava l’approvazione delle leggi e dei bilanci, mentre il senato che veniva ridotto a 100 Senatori diventava la camera delle regioni e delle province autonome, con poteri diversi di quelli che ha oggi.

Allora la riforma venne abrogata dal referendum, perché assieme alla modifica al Senato, erano in essa introdotte altre modifiche alla costituzione che suscitarono un’ondata di forze contrarie che determinarono la non approvazione della riforma.

Oggi, il governo Lega M5S vuole procedere con il taglio lineare senza tenere conto della consistenza degli italiani emigrati che sono in netto aumento e che hanno diritto, come tutti gli italiani, ad una adeguata rappresentanza in Parlamento.

Chi ha a cuore gli emigrati non può più oltre indugiare e deve prendere subito e decisamente posizione, per rivendicare la giusta proporzione eletto cittadino che non può procedere con due pesi e due misure.

Un Deputato eletto all’estero deve, a nostro giudizio, rappresentare un eguale numero di cittadini di un deputati eletto in Italia e la stessa cosa dicasi per i senatori eletti all’estero.

D’altro canto, la così detta legge Tremaglia che istituiva la circoscrizione estero, pur se prevedeva il numero di parlamentari da eleggere, era semplicemente indicativa e forse aveva necessità di essere meglio approfondita.

La circoscrizione estero, infatti, non veniva certo sottratta alle circoscrizioni italiane, ma veniva semplicemente aggiunta. Perché allora i parlamentari eletti all’estero non dovevano essere aggiunti a quelli eletti in Italia e con eguale tasso di rappresentanza?

Ora è giunto il momento, visto che il governo rimette le mani sulla materia, di fare giustizia e di pretendere per gli emigrati un peso della propria rappresentanza parlamentare uguale a quello che ha un parlamentare eletto in Italia.

Già altre volte siamo intervenuti su questo argomento, ma riteniamo non sia mai troppo rivendicare diritti di rappresentanza di una componente della popolazione italiana: gli emigrati.

Per questo motivo, sia l’USEF che il Coordinamento delle Associazioni Regionali dell’Emigrazione Siciliana (CARSE), si rivolgono ai capi gruppo alla Camera ed al Senato, alle segreterie dei Partiti presenti in Parlamento, al mondo delle associazioni all’estero, al sottosegretario Ricardo Merlo, perché ognuno di essi, per quello che può, faccia pressione per evitare una grande ingiustizia che punisce gli emigrati e che attacca frontalmente le loro rappresentanze legittimamente elette quali, oltre ai Parlamentari, i COMITES e lo stesso CGIE.

In questa occasione occorre fare fronte comune al di là delle proprie ideologie che restano immutate, un fronte che non può dividersi quando si tratta di difendere diritti degli emigrati che non possono essere considerati cittadini di serie B. Non basta appellarsi ad un programma di governo che certamente contempla le esigenze elettorali dei firmatari, ma spesso si allontana dalle reali esigenze dei cittadini.

*Segretario Generale dell’Unione Siciliana Emigrati e Famiglie