Quattro donne ai vertici delle più importanti industrie di stato – di Carlo Di Stanislao

Così come aveva fatto per le capolista Pd alle Europee, Matteo Renzi vuole privilegiare le quote rosa e nomina quattro donne ai vertici delle più importanti industrie di stato. L’aveva detto Renzi che avrebbe puntato sulle donne e mantiene questa sua promessa, promuovendo al posto di comando dei “gioielli” di Stato tre donne in carriera e mettendo fine in molti casi a leadership durate un decennio, con un cambiamento radicale all’insegna della parità di genere, che il premier ha voluto simbolicamente imprimere a società strategiche, presenti nei settori dell’energia, della difesa e della logistica.

La scelta non è stata facile. Ad ammetterlo il capo del governo che, dopo un incontro durato tre ore con il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ha preso la sua decisione, riconoscendo che “è stata dura” e di aver “ricevuto pressioni molto forti”.

Il risultato finale però lo ha soddisfatto, poiché è riuscito a cambiare quasi radicalmente i vertici di quattro aziende pubbliche, mentre resta, come unico rancore, il fatto che avrebbe voluto collocare cinque donne e ne ha imposte solo quattro, quanto basta però per dare un impronta “in rosa” al management delle aziende di Stato.

Occorre leggere su vari piani i fatti ed il cambiamento sarebbe stato più meritorio se a una di questa manager fosse stato assegnato un ruolo di comando, mentre l’unica data come amministratore delegato è Monica Mondarini, l’attuale numero uno di Cir e gruppo Espresso.

Inoltre, sono in molti a ritenere che in fondo, donne o non donne, le nomine varate dal governo risentono semmai della dialettica interna al Partito democratico, dove la componente minoritaria, forte del peso e dell’influenza dell’attuale ministro dell’Economia, è riuscita ad aggiudicarsi alcuni posti chiave: il più significativo (dopo le recenti polemiche) quello di Mauro Moretti, passato dalle Ferrovie a Finmeccanica, azienda tanto strategica quanto afflitta da una serie di scandali che, prima con Guarguaglini poi con la gestione leghista di Orsi, ne hanno travolto i vertici.  

E se poi con senso critico e scevro da ogni romantica illusione si guardano i diversi consigli d’amministrazione delle partecipate, si vede bene come il blitz renziano (enfatizzato dal fatto che dopo anni i cui i vertici venivano rinnovati quasi in automatico stavolta si è cambiato tutto) abbia adeguatamente tenuto conto del manuale Cencelli, distribuendo in maniera equanime posti a personaggi legati ai partiti o alle loro correnti che sostengono l’attuale maggioranza.