Patronati italiani all’estero, una risposta a Marino (Pd) – di Giuseppe Pappagallo

L’articolo del responsabile del Pd nel mondo dimostra una scarsa conoscenza dell’attività dei patronati, soprattutto di quelli più qualificati e radicati nei singoli paesi. Egli, oltre a non rispondere nel merito, sfugge alla problematica dell’idoneità all’esercizio dell’attivitá da parte degli istituti di patronato presenti nelle diverse realtà nazionali, nonché all’opportunità di ottenere il riconoscimento, quali soggetti abilitati, a svolgere la tutela individuale nelle materie previste dalla normativa italiana.

Questa constatazione vale anche per la possibilità di accedere ad attività che, fino a prova contraria, possono essere svolte dalle autorità diplomatiche. Le considerazioni esposte dal dirigente del PD sono un ulteriore cerotto, non più utile nemmeno al ferito. Sbaglia il Governo a compiere questi tagli che riducono di fatto la capacità di sopravvivenza  degli istituti di patronato.

Sbaglia il Governo a non identificare adeguate modalità affinché, in alternativa alle chiusure delle sedi consolari,  intercettando peraltro le giuste richieste delle comunità italiane all’estero, si possa dare avvio ad una nuova mappatura di uffici decentrati a scopo esclusivamente operativo. Sbaglia il Ministro del lavoro che è competente non solo per l’indirizzo degli istituti di patronato, ma, molto più importante, della sorveglianza sugli stessi.

Eugenio Marino è un dirigente del Partito democratico, cioè del partito che governa il nostro Paese e che  purtroppo prosegue sulla strada tracciata dai governi precedenti.

Una considerazione finale, tanto per informare il citato dirigente del PD. Le organizzazioni sindacali in Europa e all’estero hanno sempre rivendicato la partecipazione piena nelle organizzazioni sindacali nazionali e hanno sempre identificato l’attività dei patronati come attività esclusivamente complementare. Esse hanno infine sempre evitato di creare organizzazioni sostitutive e di contrapposizione alle organizzazioni politiche e sindacali nei paesi in cui i lavoratori italiani lavorano e vivono. Tale idea nasce dall’esperienza secondo cui i dirigenti antifascisti delle organizzazioni sindacali avevano vissuto personalmente durante il periodo di confino all’estero. E allora, caro Marino, come la mettiamo con la UIM?