Morsi, lo specchio di Obama in Medio Oriente – di Fabio Ghia

TUNISI – Quanto sta accadendo in Egitto, è solo l’epilogo di una “dissennata” politica estera Statunitense, aperta dal Presidente Obama con il famoso discorso del Cairo del giugno del 2009: “America e Islam non devono essere in competizione. Invece, si sovrappongono e condividono principi comuni, di giustizia e progresso. Si tratta di interessi comuni, che potremo realizzare solo insieme". Parlò della necessità di aprire nel mondo islamico a Governi che “riflettano” la reale volontà del popolo, così come del riconoscimento di nuove “potenze regionali” che possano ben comprendere le necessità di sviluppo della cultura islamica. Nella sostanza, l’abbandono dell’antica strategia dell’aperto supporto a governi autoritari e il subentrare del “Leading from Behind” con l’appoggio all’Arabia Saudita!

Da allora l’Arabia Saudita, sebbene non sia mai apparsa ufficialmente (giacché ha agito, e continua a farlo, attraverso il Qatar), è la “nuova Potenza Regionale” che ha istigato e finanziato l’affermazione a livello locale delle componenti di matrice “islamista”. Le rivoluzioni Arabe sono nate da sentimenti popolari basati sul rispetto della “dignità dell’uomo”. Per contro, sull’intero fronte dell’Africa settentrionale, grazie a finanziamenti vettorati, si sono affermati i partiti di matrice islamista (Fratelli Musulmani e Al Nhadha in Tunisia) che hanno portato al Governo elementi radicali per un “ritorno al vero Islam”: quello da sempre predicato dal Wahabismo Saudita. Il tutto con il beneplacito degli USA, al quale l’Arabia Saudita è legata da un “fraterno” patto basato sul controllo delle risorse energetiche mondiali. Fonti di dissenso per il nuovo corso delle primavere arabe non sono mancate: Mohammed ElBaradei e le principali autorità religiose in Egitto, Chokri Belhaid (Capo dell’Opposizione, assassinato con tre colpi di pistola alla testa) e Caid Essebsi in Tunisia.

Ma un invito alla riflessione va fatto anche per gli USA. Le dimissioni del Direttore della CIA, Generale David Petraeus, avvenute il 10 novembre 2012 all’indomani della vittoria di Obama per il suo secondo mandato e all’uccisione dell’Ambasciatore USA in Libia, così come la Clinton che ha lasciato il Dipartimento di Stato sin dal dicembre 2012, non sono forse state indicazioni sommerse del malessere interno all’amministrazione Obama per la politica estera in MO? La riprova della maldestra politica estera Statunitense la ritroviamo in Siria, dove all’indomani dell’insurrezione, sono giunti 15000 “salafiti” (8000 libici e 7000 tunisini), ex “al qaedisti” in Iraq e Afghanistan, finanziati e armati dal Qatar, per costituire l’avanguardia Jihadista dell’opposizione contro il “laico” Al Assad.

Il nuovo ordine mondiale degli USA di Obama ha imposto un appoggio finanziario agli insorti in Siria e un contemporaneo cauto approccio sul contenzioso con l’Iran. Questo non è bastato a fermare i libanesi di Hezbollah (filoiraniani) a fornire aiuto militare ad Assad per una partita che, nonostante le più di centomila vittime, non accenna a terminare. E, forse, è proprio la Siria che svela i retroscena radicali che oggi più che mai stanno scuotendo l’intero mondo islamico. In Siria, infatti, si è materializzato in tutta la sua aberrazione, lo scontro tra Sunniti (Arabia Saudita) e Sciiti (Iran), con la regia oscura e quanto mai defilata degli USA. Non è da meno la visita di Obama in Terra Santa nel marzo scorso, dov’è emersa una chiara non interferenza nei colloqui Israelo-Palestinesi per il mantenimento di una situazione di stallo probabilmente suggerita dalla stessa Arabia Saudita.

Per contro, Piazza Tahrir, nuovamente invasa dalle tende, ieri ha osannato l’Ufficiale Egiziano che ha annunciato l’avvenuto colpo di stato. Sì, un Golpe che è il preludio di quel cambiamento tanto atteso e professato sin dall’inizio dalla maggior parte dei popoli musulmani. Probabilmente lo stesso cambiamento cui hanno gridato le masse di contestatori al regime di Erdogàn in Turchia. D’altra parte, secondo il calendario gregoriano, siamo nel 2013. Il calendario islamico indica, invece, l’anno 1434 dell’Egira: cioè il giorno in cui Maometto si trasferì dalla Mecca a Medina e fondò la prima parvenza di stato islamico. Da quel giorno il mondo islamico Sunnita, basandosi solo sulle fasi lunari e una durata del mese di 29,53 giorni, ha iniziato a scandire il tempo di una nuova civiltà e cultura.

Secondo il calendario Persiano (mondo islamico Sciita) siamo, invece, nel 1389. Per l’intero mondo islamico siamo quindi nell’intorno del 1400, periodo storico in cui nella cultura occidentale europea s’iniziò ad affermare il “Rinascimento”. Per la cultura e la società europea il XV e il XVI secolo furono fondamentali per l’affermazione di nuove identità e differenze sociali. La prima e, forse, la più importante fu l’affermazione di una differente visione religiosa dell’uomo che, pur non rinnegando la propria religione, sposta l’attenzione da Dio all’uomo; che è visto come elemento su cui costruire il futuro del mondo. Emerge, quindi, nel periodo rinascimentale europeo la ferma volontà sociale per l’affermazione dell’uomo, della sua dignità e delle sue conoscenze. Il parallelo con quanto sta succedendo nel mondo Arabo è lecito, soprattutto se si considera questo periodo come una logica evoluzione culturale delle singole società in esso esistenti. E’ iniziata, dunque, l’era Rinascimentale anche per l’Islam? Probabilmente sì, speriamo solo che gli Stati Uniti non interferiscano più nel normale corso che prenderanno gli eventi.