Italiani nel mondo, quando Letta era contrario al voto degli italiani all’estero – di Marco Basti

“Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cecile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse”. E’ questo l’unico riferimento fatto dal nuovo presidente del Consiglio Enrico Letta, all’altra Italia. Comincia il primo governo della nuova legislatura e questo discorso programmatico del giovane premier che è riuscito a sbloccare l’immobilismo che attanagliava la repubblica, ha toccato tanti argomenti di profonda attualità sui quali da tempo si discute in Italia: le riforme istituzionali e le necessarie modifiche alla legge elettorale, la lotta alla disoccupazione e gli incentivi alle imprese per far ripartire l’economia, la riforma della pubblica amministrazione perché non continui a soffocare le energie del Paese. Un discorso lungo, che agli italiani all’estero ha riservato solo sei parole, seguite dal riferimento alla “voglia di fare dei nuovi italiani”, precedendo l’annuncio che la nomina del ministro dell’Integrazione “Cecile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse”.

Sia chiaro, lo abbiamo scritto in tempi non sospetti, crediamo che la formula utilizzata sin dal XIX secolo dall’Argentina, di concedere automaticamente la cittadinanza a tutti i nati in questo Paese, espressione del principio dello ius soli, e di riconoscere l’opzione di diventare argentini, per i figli degli argentini nati all’estero, sia la migliore da applicare in qualsiasi Paese che voglia una società integrata. Per cui crediamo che anche una Italia consapevole della sua identità, dovrebbe essere interessata all’integrazione tramite lo ius soli, dei figli degli immigrati. E se lo strumento per raggiungere questo obiettivo, è la nomina di un ministro, che tra l’altro conosce per propria esperienza cosa significa essere immigrato in Italia, va benissimo.

Ma se il neo-premier nel suo discorso ha sostenuto che bisogna valorizzare la risorsa degli italiani all’estero, non si capisce però perché seguendo le orme del governo Berlusconi e del governo Monti, continui ad ignorare i quattro milioni di cittadini italiani che risiedono all’estero. E se veramente il neo-premier considera utile e necessario per l’Italia valorizzare la risorsa degli italiani all’estero, non è chiaro perché nessuno tra i viceministri e sottosegretari nominati alla Farnesina (e nemmeno il ministro Bonino) ha neanche la minima esperienza nei rapporti con l’altra Italia. E se nel suo discorso il presidente Enrico Letta ha messo insieme immigrati ed emigrati o nuovi italiani e italiani all’estero, non si capisce perché ha sentito il bisogno di chiamare al Consiglio dei Ministri un ex immigrato, ma non ha trovato che fosse necessario convocare un emigrato, o un figlio di emigrati.

Un Merlo, un Micheloni, un Porta o un Di Biagio – solo per fare qualche nome – tutti e quattro di aree politiche diverse ma apprezzati nel mondo degli italiani all’estero e che recentemente sono stati riconfermati dagli elettori. Che sono preparati, che hanno esperienza politica e parlamentare e che fanno parte della grande coalizione che sostiene il suo governo, formata da Pd, Pdl e Scelta Civica. Oppure convocare qualche dirigente politico “italiano d’Italia”, che abbia nel suo curriculum una benché minima esperienza nei rapporti con gli italiani all’estero e sia al corrente delle loro problematiche, delle loro attese, ma soprattutto del fatto che effettivamente sono una risorsa e che sappia come valorizzarla in favore dell’Italia.

Purtroppo la dimenticanza del nuovo governo nei riguardi degli italiani all’estero non sembra casuale. Certo, le emergenze si sovrappongono, le richieste si accavallano e tutti esigono soluzioni immediate. Ma siamo certi di interpretare gli italiani all’estero, se diciamo che essi non pretendono soluzioni immediate, che non pongono ultimatum al nuovo governo e neanche fissano paletti o scadenze. Chiedono soltanto un minimo di considerazione, la semplice constatazione che significano per il governo qualcosa di più di sei parole buttate in mezzo ad altri 5741 vocaboli per giustificare altre parole e altre decisioni.

Come dicevamo sopra però, questo governo sembra seguire la stessa strada di disimpegno, di indifferenza e di condanna all’oblio degli italiani all’estero, seguita dall’ultimo governo Berlusconi e dal governo tecnico di Mario Monti. C’è nella nostra collettività chi ricorda la visita in Argentina di Enrico Letta, allora giovane ministro dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato, attorno all’anno 2000 il quale, incontrando esponenti della nostra comunità, esprimeva senza peli sulla lingua, la sua netta opposizione al voto degli italiani all’estero. E ci sono le proposte dei saggi convocati dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che dovrebbero servire come base per le riforme istituzionali che il governo deve affrontare, tra le quali c’è anche quella di cancellare la Circoscrizione Estero.

Nel suo discorso il nuovo premier ha parlato delle numerose possibilità di sviluppo che ha l’Italia se solo saprà mettere a frutto le sue grandi risorse umane e culturali. Enrico Letta ha nominato anche la risorsa costituita dagli italiani all’estero. Se i numerosi, molteplici impegni del suo governo glielo consentiranno, dovrebbe dimostrare che quelle sei parole messe nel suo discorso, non sono state buttate là solo per fare equilibrio o perché non gli fosse rinfacciata l’eventuale dimenticanza. Ma per dimostrare nei fatti, che c’è – come lui stesso ha detto nel suo discorso – una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse, anche nei confronti dei cittadini e delle comunità italiane che risiedono fuori d’Italia. Forse una dichiarazione congiunta tra i diciotto parlamentari e il CGIE, potrebbe servire a richiamare l’attenzione del nuovo governo, anche sull’altra Italia.