Italiani all’estero, Fedi (Pd): nostro impegno è difendere consolati

La scelta del 15 agosto per incontrare gli esponenti della comunità italiana di Adelaide è metaforica. L’Italia, almeno oggi – mi dicono sarcasticamente i primi connazionali che incontro – non sarà impegnata a pensare a come colpire gli italiani all’estero. Spiego subito che le chiusure di sedi consolari sono decise dall’amministrazione degli esteri, dalla Farnesina, che non è previsto alcun passaggio parlamentare e che la decisione non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con la spending review decisa dal Parlamento. Le chiusure sono il frutto delle scelte di un Ministero che ha deciso di privilegiare i costi amministrativi rispetto a quelli per l’erogazione dei servizi. Temo che questa spiegazione, per quanto logica, non faccia molta breccia tra i presenti. In questa giornata fredda, anche nell’accoglienza riservata ad un modesto parlamentare che si pone oggi come bersaglio mobile delle reazioni irate e deluse dei connazionali, devo assumermi responsabilità mie e di altri. Soprattutto quelle di altri. Io sono qui, la Farnesina è lontana.

La protesta per la chiusura del Consolato di Adelaide, insieme a Brisbane ed altre undici sedi nel mondo, è già partita. E continuerà, mi dicono. Inizio a spiegare che la revisione analitica della spesa, la spending review, ha indicato ai Ministeri aree di sprechi sulle quali è possibile intervenire. Non ha apportato tagli diretti. Ricordo che un comitato istituito alla Farnesina aveva indicato, ai primi punti delle proprie raccomandazioni, tutte disattese dal Ministero degli Esteri, la riduzione dell’ISE, l’indennità di sede per i trasferimenti all’estero dei diplomatici e del personale di ruolo, e l’aumento del personale assunto localmente, che costa molto di meno. La risposta della Farnesina è stata l’aumento dell’ISE e la semplificazione del pagamento di essa, con il sistema forfettario anziché con la documentazione della spesa. Più soldi, più veloci e non documentati.

Qualcuno ricorda che Adelaide e Brisbane non hanno un Console da qualche anno, che ricollocando il personale a contratto in altre sedi o rafforzando i consolati riceventi di Melbourne e Sydney con personale locale o dall’Italia, non si realizza alcun risparmio se non il fitto dei locali, per il quale la comunità sarebbe disponibile a trovare soluzioni. Io non ho una risposta, tocca a Canberra e a Roma darne una ragionevole. Domando, ad esempio: chi, e con quale mandato, sta verificando queste possibilità? Si sta già lavorando alla peggiore soluzione possibile, cioè il Consolato onorario? Come saranno organizzati i servizi con un Consolato onorario? Non sarebbe meglio avere un’agenzia consolare, ben organizzata, in grado di rispondere ai bisogni della gente? Certamente, rispondo.

Il nostro impegno è questo, garantire i servizi consolari. In modo che non ci sia più chi si senta dire: “Lei ha il passaporto australiano, viaggi con quello!” Oppure: “Ma perché non si fa cittadino australiano, così non ha più bisogno del passaporto italiano!” Perché – mi ricordano – siamo arrivati a questo punto: se sei un cittadino italiano all’estero conti davvero poco e rischi di diventare un peso: l’Italia ti chiede di diventare cittadino australiano. Rispondo che la scelta della cittadinanza australiana è positiva, ma non può essere fatta per evitare il passaporto italiano.

Molti si chiedono, ancora, se sia sufficiente pensare unicamente ai servizi consolari, se rinunciare alla presenza di un Console non significhi anche rinunciare alla presenza di un rappresentante dello Stato italiano nello stato dell’Australia del Sud. Può essere un segnale, un brutto segnale, di un ripensamento complessivo della presenza strategica italiana nell’Asia-Pacifico e in Australia, con prevedibili ripercussioni sui rapporti bilaterali tra Italia e Sud Australia.

La storia dei prossimi mesi, e degli anni a venire, darà una risposta. L’importanza economica e strategica dell’Asia-Pacifico è stata sottovalutata dall’Unione europea e dall’Italia. Il nono appuntamento dei G20, a Brisbane, nel 2014, poteva segnare un positivo momento di confronto e di ripresa di attenzione verso questa importante parte del mondo. Ma per la politica italiana il 2014 è lontanissimo. E per l’amministrazione degli Esteri sembrano contare sempre più l’oggi dei tagli e il subito dei privilegi di pochi.